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Viaggio in Pakistan: due ruote e un Paese da conquistare (Prima parte)

In sella alla moto, alla scoperta del Pakistan, tra culture lontane, off tosti, deserti, e tanta burocrazia per passare da un confine all’altro.

Testo e foto di Giampiero Pagliochini

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Aeroporto di Lahore, sono le 3 del mattino, il tasso di umidità è così alto che ora quello di cui ho bisogno è un letto per recuperare le forze: domani sarà una giornata campale.

Al mattino Zulfiqar è puntuale, sarà suo onere tirare fuori la moto dalla dogana, un’impresa non proprio facile. Alle 20 di sera, con la moto pronta ad uscire, l’ultimo di 14 gabellieri mi chiede 500€ per un timbro, io ne approfitto per scattare una foto, e così parte la minaccia di denuncia per abuso, ma con un the conciliatorio e la foto cancellata, mi ritrovo fuori dalla dogana. Tutto volge al meglio all’hotel Sun Fort; qui il personale è delizioso, e mi mette totalmente a mio agio: la disponibilità è classica di questo mondo.

Il forte di Lahore è la cosa migliore di questa città, con i suoi 11 milioni di abitanti è tra le metropoli più grandi del mondo, noto anche come la cittadella per le diverse costruzione che racchiude. All’esterno ha giardini accoglienti dove vale la pena passare per osservare uno spaccato della vita pakistana, tante sono le famiglie che ci trascorrono il tempo. E se poi si ha la voglia di fare un giro a piedi per il centro non manca di rimanere attoniti davanti alle cose più strane, come il barbiere improvvisato all’angolo della strada o il motorino con impianto a gpl, so che non mi credete ma la foto non lascia dubbi.

Il cartello è indelebile, le due ruote non possono entrare in autostrada, così devio per la strada normale, ma al primo innesto rimetto le ruote in autostrada, so che sto facendo un abuso. Per un cento chilometri va tutto per il meglio, poi vengo fermato da una pattuglia della polizia e accompagnato al casello, fine della festa, ora devo adeguarmi e così proseguo per Islamabad per la normale, devo dire scorrevole e folcloristica, con tanti paesini e uno spaccato di quotidiano, grazie police.

A Zero Point ho appuntamento con Sadruddin, grazie a lui ho avuto tutti i documenti necessari per avere il visto pakistano, ci sono restrizioni, ma basta aggirare l’ostacolo, anche se con un po’ d’incoscienza.

Islamabad è la classica capitale costruita sulle rovine di altri siti, in questo caso Rawalpindi, che dista 15 km, è una città giovane che poco riserva al viaggiatore. La serata è invece stupenda; Sadruddin mi porta a mangiare in un ristorante afghano, cibo ottimo anche se le zanzare sono una tortura.

Ora finalmente inizia il viaggio, si fa sul serio, ma in fondo sono qui per questo. La Krakorum Haighway, meglio conosciuta con l’acronimo KKH, è lunga 1250 km e unisce la vecchia capitale Rawalpindi a Kashgar, la città sulla via della seta dell’Asia centrale. E’ la via di comunicazione più alta al mondo, attraversa le vallate dell’Indo e Hunza dove svettano le cime più alte del Pakistan.

Ora sono fuori dal mondo, ma in un luogo fatto di natura e aspetti di vita quotidiana dove appare sempre più evidente un aspetto secolare della vita di qui. Sono a pochi passi dal confine con l’Afghanistan, Peswaher è un intrigo di convivenza con Talebani e traffici di armi, una zona quasi interdetta alle forze militari pakistane. A Beshan, trovo un ambiente ostile, non c’è traccia di presenza femminile per strada, nemmeno bambine. Gli uomini sono vestiti tutti uguali, sarà per una forma distorta della comunicazione occidentale, ma a me paiono tutti talebani. Le domande che mi fanno sono sempre le stesse: da dove vieni? Cosa fai qui? Poi una domanda più ostile: sei americano? Allora capisco che è meglio aggirare l’ostacolo, tirare dritto per la mia strada. È questo che penso anche il giorno dopo quando, fermatomi per fare una foto ad un camion, un signore attempato fa finta di puntarmi un arma e spararmi. La riflessione è d’obbligo: l’avrebbe fatto se l’avesse avuta a portata di mano?

Fortuna vuole che da Gilgit in poi tutto diventi più umano, sarà la presenza dei molti stranieri che invadono questi luoghi di trekking, dove si uniscono le due catene per antonomasia più importanti del mondo: gli Himalaya e la Karakorum.

Seguendo l’indicazione del proprietario dell’hotel Continetale, dove alloggio, decido per una escursione a Skurdo per visitare lo Shangrila Lake. La strada, lasciata la Karakorum, diventa un off sempre più tosto man mano che si sale di altitudine, con passaggi in fiumi impetuosi, dove fanno fatica a passare anche i mezzi a 4 ruote. Una volta in cima lo scenario però è maestoso; monti innevati, acque cristalline, tanto off, e non per ultime le popolazioni che abitano questa land, che danno l’idea di essere uscite dalla notte dei tempi.

Con un tramonto himalayano dai tanti colori, rientro a Gilgit, la stanchezza mi fa sprofondare nel letto.

Il giorno dopo il sole fa sentire tutto il suo impeto; più si sale di quota più si sente la pelle del viso tirare, tanto che non è possibile fare a meno di pomate o creme mirate.

La KKH si snoda tra montagne dove a volte si ha la parete a destra e il fiume Indo a sinistra, l’occhio cerca di carpire e memorizzare più fotogrammi possibile, ma la protagonista è lei, la moto, vero cavallo che non dice mai di no, anche quando la benzina inizia a scarseggiare, povera di ottani unita all’altitudine. Qualsiasi moto con carburatori soffrirebbe, ma il 690 con iniezione no, magie dell’elettronica e nuove tecnologie.

Karimabad è un luogo dove vale la pena sostare qualche giorno, la Hunza valley fa da contorno alla montagne innevate, gli amanti del trekking non hanno che da scegliere. Da non perdere una visita al forte di Baltit, un tempo dimora dei signori del luogo.

E’ giunto il momento di contattare l’agenzia cinese, internet aiuta. In questo mondo strampalato dove si alterna civiltà del consumismo a secolari aspettative di vita dove solo l’alternarsi del giorno e della notte detta i ritmi di vita, la tecnologia dà l’illusione che tutti abbiano un denominatore comune, appunto la rete, a volte ancora analogica, lenta come una lumaca. L’appuntamento è tra due giorni, dopo il passo Khunjerab Pass, 4693 m, la Cina è più vicina.

Ad Hussainabad, ultimo tra i villaggi sulla KKH, c’è una dogana che funziona con ritmi pacati, non sono poi così tanti i mezzi che procedono per la Cina, specialmente ora, da quando una frana ha interrotto la KKH. La montagna che è scivolata in basso ha creato un bacino artificiale, su cui si possono traghettare solo auto e moto. In breve riesco a passare, e dopo 150 km arrivo in frontiera. Fa freddo, il personale pakistano si limita a visionare il passaporto, ma dalla parte cinese diventa un trauma, vuoi per la fiscalità, vuoi perché i militari, tutti giovani, giocano a scattare foto con il telefonino. Solo uno di loro parla inglese e traduce al superiore. Di fatto passano ore, poi finalmente vengo scortati fino a Tashkurgan, dove mi attende l’addetto dell’agenzia.

Ora la moto deve essere caricata su camion, non entro nel merito, ma ha del ridicolo. Al primo distributore, dopo 2 km può finalmente tornare in strada. Il ragazzo mi dà appuntamento al lago Karakul, che conosco perché anni prima, andando a Pechino, ci ho sostato una notte.

Adesso sono io e il mondo, quando giungo al lago tanti ricordi mi assalgo, specialmente quella notte passata in tenda, con un vento che per poco non l’ha sradicava.

Mi ricongiungo con la guida, e è ormai notte quando entro a Kasghar, via carovaniera della mitica Via della Seta. Ma di quella Kasgahr non resta nulla, la cinesizzazione, come la chiamo io, ha tolto ogni identità a quella raccontata da Marco Polo.

Per un giorno faccio il vagabondo per le tante bancarelle del bazar, poi un salto al mercato del bestiame. Migliaia sono le persone che si radunano in questo luogo, arrivano con i mezzi più strani, gridano, fanno contrattazioni e mangiano noddels – gli spaghetti – che dicono siano stati inventati da loro.

Ora solo 200 km mi separano dalla frontiera, la guida mi scorta fino alla dogana, l’addetto mi invita a stare dietro la striscia gialla, mi chiede se ho fatto mai questa frontiera, 3 anni fa, ad agosto, gli rispondo. Il militare che mi controlla il passaporto, saputo del mio doppio passaggio, si mette sull’attenti e si congeda con un “Come back again”. Fatta frontiera Kirghiza, proseguo per Sary Tash, crocevia tra la strada che scende ad Osh e la M41, meglio conosciuta come la Pamir Road, nome affibiatogli per la vicinanza alla catena montuosa del Pamir.

Dormo a casa di una famiglia che funge da B&B. Come entro trovo una tavola bandita di ogni bene, famigli riunite che socializzano, quando è lontano il mio mondo. La figlia dei gestori sfoggia un inglese perfetto, faccio i miei complimenti, mi dice che di lì a poco volerà a Berlino perché ha vinto uno stage, a lei chiedo della benzina, in giro ci sono auto e di sicuro anche il combustibile. Più tardi arriva il fratello, costa un 20% in più, ottimo!

Di nuovo in strada, mi inerpico per la montagna, la Pamir Road viaggia sempre oltre i 4000 m, con 4 passi oltre i 4200 m.

La frontiera Kirghiza si trova a 23 km prima della tagika, gli addetti sono un po’ sbruffoni, chiedono ripetutamente il costo della moto, uso la mia tattica, “tonto for ever”, e seguito a ribadir Tagikista sorridendo. Passa circa un’ora e uno di loro vorrebbe il mio casco, gli prendo letteralmente i documenti dalle mani, poi gli chiedo 200$, mi dice qualcosa nella sua lingua, di sicuro mi ha mandato a quel paese, salgo in moto e, lasciandomi dietro una scia di polvere, sparisco tra la pista.

Prima del controllo dei militari tagiki, sulla sommità del passo, l’emblema del Tagikistan è raffigurata da una lastra di metallo che ne identifica i confini geografici, ai lati la pecora di Marco Polo. In effetti l’esploratore veneziano, nel Milione, parla di questo esemplare dalle corna lunghissime, che oggi è una razza in via di estinzione. Meno di un km e sono in frontiera, qui in quattro container rotondi ci sono uffici e dormitori, il ragazzo che mi controlla i documenti ha una tosse spaventosa, mi fa pena, così dalla mia bisaccia di medicinali recupero 12 antibiotici, uno ogni 8 ore, dopo aver mangiato. Mi sorride. Chissa se ha funzionato? Io ci ho provato, di sicuro peggio di come stava era impossibile.

Per molti chilometri la Pamir Road passa vicina al confine con la Cina, i cinesi hanno pensato bene di erigere una barriera di filo spinato, sembra una follia, ma il mondo di folli ne è pieno, più avanti mi spiegherò.

Supero l’Aik Baital Pass (4655 m) che tradotto dal cirillico significa Cavallo Bianco, poi dopo il valico un lungo discesone, con uno sfondo da cartolina, il lago Karakul e le sue acque cristalline, formatosi da un impatto di un meteorite, caduto 25 milioni di anni fa, ha come sfondo le montagne del Thia Shan. Ho un sussulto e dal di dentro mi viene da cantare “Volare” di Domenico Modugno.

È sera quando arrivo a Murghab; qui trovo altri due motociclisti, che conosciutisi sul web hanno deciso di partire insieme.

Solita cena a lume di candela e poi a dormire, fuori il vento fa sentire la foga, ma sono stanco e appagato, in un attimo mi addormento.

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