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Razzismo al contrario

La vecchia diatriba fra scooteristi e motociclisti si arricchisce di considerazioni sul razzismo

di Kiddo

Non so se vi è mai capitato di sentire parlare di “razzismo al contrario”. Di solito è un’espressione che viene usata in merito a Paesi dove la maggioranza nera ha degli atteggiamenti di discriminazione rispetto alla minoranza bianca, come ad esempio in Jamaica. La definizione mi ha sempre divertito perché ovviamente si prevede una forma di razzismo deontologicamente corretto.

Di qualsiasi forma di razzismo si tratti, però, posso garantire che esserne colpiti non è mai piacevole, e anche il vostro affezionatissimo ne è stato vittima recentemente.

Seguivo per conto di Moto On The Road un raduno di vespisti, (non dirò quale perché il Presidente mi ha appena regalato una maglietta del Club), e fatte le prime foto statiche e alla partenza del giro, mi sono accodato al gruppone. Ovviamente non ho una Vespa, ma una bellissima moto, e proprio per questo ho cercato di mantenere una posizione più defilata possibile, non tanto perché pensavo di essere fuori tema col resto dei partecipanti al raduno, quanto perché non volevo fare la figura dell’esibizionista sborone con la bella moto in mezzo a tanti scooter.

È sul cavalcavia di via Lungo l’Africo, che raggiunto da alcuni partecipanti, mi sento apostrofare da un signore che guidava uno scooter sicuramente d’epoca: “Oh! Ma vendi codesta cosa e fatti una Vespa!”

Rimango un po’ interdetto, sulle prime, e amareggiato al pensiero in quante brutte manifestazioni possa palesarsi l’invidia di una persona alla guida di un oggetto del genere. Poi, ad un tratto, vengo colto da una consapevolezza che mi arriva come una secchiata d’acqua fredda nella giornata di gennaio: “accidenti -penso- ma qui sono io l’intruso, il diverso, quello da escludere!”. L’uomo aveva espresso con poche e decise parole tutto il suo orgoglio e rivendicava con dignità la sua scooteritudine consapevole.

Ero stato, ebbene si, vittima di Razzismo al Contrario!

Passo il resto della mattinata accodato ma defilato, conscio del mio nuovo stato di discriminato, adeguandomi nel cercare di ammorbare anch’io l’aria, nel mio piccolo e non avendo a disposizione un antiquato due tempi producente un mefitico fumo azzurrognolo, cercando di sganciare loffe pestilenziali, solo in parte aiutato dalla cena della sera prima a base di cipolle, fagioli e Morellino di Scansano.

Illuminato ed educato dalla provante esperienza, ho subìto una immediata maturazione e presa di coscienza, ripromettendomi di non peccare più di nessuna forma di razzismo.

Pertanto, non tratterò più a male parole nessuno che, arrivando ad un appuntamento col casco in mano, mi dirà che è venuto “in moto”, salvo poi scoprire che ha uno scooter di plastica.

Non riderò più in faccia a qualcuno che, avendomi confessato con la giusta vergogna di possedere un custom, mi vorrà venire a raccontare che si è messo dietro un paio di supersportive su per il Giogo.

Infine, e qui veramente posso dimostrare che ho capito la lezione, mi tratterrò quanto possibile dallo spiegare a chi ha il Giesse 1200, che non ha una moto ma una mezza macchina.

Perché in fondo si, dai, il mondo è bello perché è vario, colorato, popolato da mille sfaccettature di idee, emozioni, convinzioni, sessi, razze e religioni.

E se uno è così bischero da sputtanare tre o quattromila euro per rimettere a posto un pezzo di ferro che non va e non frena solo perché non vuole prendersi una moto vera, chi sono io per giudicarlo?

 

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