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Guinea Bissau Rescue 2014 – Da Dakar alla Mauritania

L’aeroporto di Dakar è il solito bordello. Cosa ci facciamo qui? Me lo chiederò parecchie volte durante questo viaggio…

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Testo e foto di Marco Ronzoni

Lo scoccare della mezzanotte ha già trasformato la domenica in lunedì. E’ il 10 febbraio. L’aeroporto di Dakar è il solito bordello. Se non ci sei mai stato non ci credi… E pensare che fino a pochi anni fa era anche peggio. L’odore degli scarichi puzzolenti dei taxi è soffocante, ma mai quanto l’insistenza dei tassisti. La truppa è composta da una discreta disomogeneità di persone. Sei amici veronesi, con alle spalle decine di anni di volontariato in Guinea Bissau. Tra loro ci sono: Libero, il “Professore”, un omone esperto di informatica con pizzetto e capelli grigi; Milena “Minnie”, sua moglie, sveglia, attenta e molto coinvolgente; Giuseppe “Bepi”, sempre sorridente, con una allegra filosofia tutta sua; Adolfo “il Duca”, caratteristico, generoso e disponibile, che non abbandona mai la sua parlata spiccatamente veronese; Rita, “la Zia”, donna tuttofare, dolce e di cuore, a cui è impossibile non voler bene; e Paolo “il Colonnello”, dalla T-shirt verde militare e quell’aria seriosa e un po’ altezzosa che nasconde grandi valori. Poi ci siamo noi quattro “motociclisti”: gli alessandrini Simone “Mimmo”, quello con le lunghe basette, capace ed ostinato e Pierluigi “Pier”, dal carattere accomodante e dal portafoglio a fisarmonica, il varesotto Paolo “Ciap”, motociclista incallito sempre proiettato all’avventura, pieno di diavolerie elettroniche da far invidia alla C.I.A., ed infine io, Marco, novarese d’adozione, che sono qui perché scriverò queste righe e sbatterò sotto il naso di qualcuno il mio tesserino della Polizia ad ogni bisogna… Cosa ci facciamo qui? Me lo chiederò parecchie volte anch’io durante questo viaggio…

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Arriviamo quasi alle 2 alla “Paroisse Saint Joseph de Medina” attesi dagli occhi assonnati di Padre Paolo e Padre Nino, due coriacei bergamaschi che gestiscono la Missione che ci farà da base nei prossimi giorni, decisamente molti di più di quelli che credevamo. Eh già, i prossimi undici giorni ci vedranno girovagare come anime perse per Dakar, senza i nostri mezzi, rincorrendo speranze e scavalcando ostacoli burocratici ed incazzature animalesche. Quante parole, quanti chilometri, quante idiozie, quante ore buttate nelle sale d’attesa e nei cessi schifosi di uffici doganali sparsi per la città. E tutto solo per poter riavere le nostre moto e le nostre macchine per scappare da questo Paese. Una cronologica descrizione di cosa abbiamo passato annoierebbe anche un Frate Francescano. Vi basti sapere che dopo aver atteso per una settimana il ritardo della nave, il suo ingresso in porto, lo scarico del container, il venerdì musulmano, il sabato del villaggio e la domenica delle palme da dattero, è iniziata una Via Crucis tra scartoffie incomprensibili ed esageratamente complesse che si è bevuta altri quattro giorni. Il personaggio incaricato di risolverci le incombenze doganali si è dimostrato tanto solerte quanto infame. Abbiamo perso il conto di quanti soldi gli abbiamo dato, di quanti uffici ci ha fatto girare e di quante carte ci ha fatto rilasciare tra decine di pagliacci in divisa o con abiti civili già ridicoli al tempo della ”Febbre del sabato sera” che girano falsamente indaffarati per corridoi pieni di porte con targhette altisonanti tipo “Tenente Colonnello XY” o “Alto responsabile di non si sa cosa”, dietro cui il novanta per cento degli occupanti sta facendo parole crociate, o leggendo l’oroscopo o limandosi le unghie. Un ambiente così farsesco e patetico da fare pena.

Dogana di Rosso 2

Nel frattempo una cosa è diventata purtroppo certa: visto come si sono messe le cose, non restano giorni sufficienti per scendere in Guinea, sistemare l’R80, ripartire ed essere poi a Tangeri il prossimo 26 febbraio all’appuntamento col ferry per Genova. Appena sdoganate le moto torneranno subito verso casa mentre la Mitsubishi ed il furgone Mercedes dovranno scendere in Guinea Bissau da soli, e la cosa non ci piace… Il gruppo è stato così costretto a dividersi. Mimmo, Bepi, Minnie e il Professore hanno raggiunto la Guinea Bissau dopo un viaggio di un’intera giornata a bordo di una grossa Toyota stracarica, riuscendo ad arrivare nella Missione di Comura, nei pressi della Capitale guineense. Mimmo ha subito preso contatto con l’R80 e gli altri hanno iniziato ad occuparsi delle incombenze che si erano prefissati. Il Duca, la Zia, il Colonnello e noi tre bikers siamo rimasti a Dakar per seguire gli sviluppi dell’odiosa vicenda. Mimmo ha trovato la moto in uno stato generale pessimo. E’ stata completamente aggredita dalla corrosione al punto che certe parti in alluminio sono state gravemente compromesse. I carburatori sono bucati, i freni bloccati, le parti in gomma marce. Non ha un bell’aspetto… Si è messo subito e disperatamente al lavoro per capire se la vecchia GS ce la farà. Dopo i primi non facili interventi, il boxer si è messo in moto girando che è un piacere ed infondendo una buona dose di fiducia. Purtroppo il giorno successivo non ne ha voluto più sapere di riaccendersi. Mimmo ha deciso quindi di sfruttare i giorni morti ai quali siamo obbligati per tornare a Dakar in taxi. La moto esanime, arrivata via mare, è stata portata in un’officina BMW dove in qualche modo e con l’aiuto di un capace meccanico è stata rimessa un po’ in sesto. Non è certo “Miss GS” ma almeno ora si avvia e frena…

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Oggi è giovedi 20 febbraio. Eccoci finalmente davanti al container, quel bastardo. Arancione, freddo, senza un minimo di dispiacere per essersi fatto aspettare così tanto. Il sigillo salta, i cardini cigolano, la porta anteriore si apre lasciando entrare luce senegalese che prende il posto dell’oscurità genovese. Una sagoma gialla si staglia nella penombra. La mia moto. Beh, ci crediate o no, mi emoziono alla sua vista. La saluto come un vecchio amico ritrovato, l’abbraccio e le chiedo di riportami a casa, come se dipendesse solo da lei. Subito dopo escono come piedi dai calzini la grossa Mitsubishi seguita dal furgone Mercedes che ospita nel cassone le altre due moto. Con l’aiuto di quattro o cinque giovanotti in breve anche le due BMW sono a terra. Spostiamo tutti i mezzi presso l’uscita del porto in attesa della definizione delle pratiche e dell’agognata libertà. Sono circa le nove del mattino. Alle tre del pomeriggio inizia a serpeggiare un certo malumore… Siamo ancora esattamente nello stesso posto, rosolati al sole come sei patetici kebab italiani in balia di un cuoco senegalese che ci sta cuocendo a puntino. Che problemi ci saranno ancora? Vada per la sosta per il pranzo, per quella per la preghiera e per quell’altra per “che cazzo ne so”, ma possibile che non si sappia ancora niente? Ci informano che c’è un inghippo: per le macchine è tutto ok, ma la Dogana nega alle moto il permesso di circolare in Senegal.

Imbarco ferry Dogana di Rosso

Ogni veicolo che transita nel Paese deve essere monitorato mediante la presenza di una scorta o di un grosso GPS che accompagni il mezzo fino alla frontiera dichiarata di destinazione. Dato che le moto non possono portare alcun doganiere né il grosso GPS magnetico, vengono considerate “merce” ed in quanto tale possono solo essere caricate su un mezzo, trasportate in frontiera e lì scaricate. L’alternativa è la presenza del Carnet de Passage che risolverebbe in parte (almeno per le moto) il problema. Noi non ce l’abbiamo… Perchè? Perché siamo stati così pirla da dar retta alle errate ed infondate informazioni rilasciateci dalla “Schenone e Costigliolo”, l’ufficio genovese che si è occupato delle formalità di carico del container, che è stata tanto superficiale quanto incompetente nell’indicare quali documenti fossero necessari allo sdoganamento ed ai permessi di transito. “Il Carnet non serve, pensiamo noi ai Passavant…”. Sembrava strano… Anche la stessa Messina Line, che Dio l’abbia in gloria, ha fatto la sua parte in merito, dandoci notizia di questo bel documento solo a container già chiuso ed in partenza, con tempi ormai troppo ristretti per poter provvedere, e tacendo sui molto probabili ritardi della nave. Infine il responsabile del suo ufficio di Dakar, tale Babacar Conarè, si è dimostrato un vero fannullone, incapace e disinformato. Abbiamo costruito il Progetto sulle loro indicazioni ed ora siamo nei guai. Cosa facciamo adesso? La faccio breve: con duecento telefonate all’Ambasciata Italiana di Dakar, l’immensa disponibilità di Padre Nino della Parrocchia ed il mio tesserino (…) riusciamo ad ottenere un permesso straordinario di transito per le tre moto senza scorta fino alla frontiera di Rosso (luogo tristemente noto a tutti noi per essere un vero inferno) dove domattina prima di entrare in Mauritania dovremo presentarci al capo della dogana che confermerà la nostra presenza al suo omologo di Dakar. Alla faccia della fiducia… Gli ultimi minuti che precedono l’uscita dal porto sono lunghi come ore. L’ennesimo funzionario esamina al microscopio i documenti e verifica il numero di telaio dei mezzi. Alla fine siamo fuori. Stiamo guidando nel caos infernale ed inquinatissimo di Dakar ma siamo felici come bambini. Abbiamo finalmente risolto un grosso problema ma ancora non ci rendiamo conto di quanti altri ci stanno aspettando.

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Rientrare in Parrocchia è abbastanza facile, viste le volte in cui in questi undici giorni abbiamo percorso il tragitto in taxi o in bus. Ora tutti i mezzi si riuniscono alla vecchia R80 nel cortile dietro la cucina e sono subito fatti oggetto di cure e sistemazioni in preparazione al lungo viaggio di domattina.

Venerdì 21 febbraio. La sveglia suona alle 03:10. L’attività nel cortile della Parrocchia è febbrile. Il Colonnello ed il Duca stanno finendo di sistemare il carico dentro e fuori dal furgone, la Zia prepara una buona colazione e noi quattro stiamo fissando i bagagli sulle moto. Qualcuno di noi tiene un silenzio imbarazzato, altri si nascondono dietro una falsa normalità. E’ tempo di salutarci. I mezzi lasciano la Parrocchia con a bordo i tre amici veronesi ed un uomo di fiducia di Padre Nino che li assisterà durante il lungo viaggio verso sud. Poco dopo tocca a noi. Si parte. E’ buio pesto. Usciamo da Dakar con qualche difficoltà ma poi l’autostrada che corre fino a Thies ci permette di guadagnare terreno. Mimmo non vuole superare gli 80 all’ora per non affaticare l’R80 ma questo ci impone un ritmo lento e soporifero che aggrava il rischio di non farcela ad arrivare in tempo a Tangeri. Lentamente il giorno si sveglia, regalandoci confortante luce. Io e Paolo abbiamo caschi con visiere nere e viaggiare di notte ci dà qualche problemino… Sfiliamo Louga e puntiamo diritti verso Saint Louis da cui un centinaio di km ci separano dalla frontiera. Arriviamo a Rosso verso le 11:00. Davanti al grosso cancello che sbarra la strada un tipo in borghese si sgancia dalla folla e viene verso di noi chiedendoci passaporti, documenti delle moto e soldi. E’ il tipico faccendiere che bisogna “assumere” per poter sbrigare le formalità. Impossibile pensare di cavarsela da soli e senza spendere una montagna di soldi. Questi personaggi sono parte della coreografia, protetti da doganieri, militari e poliziotti coi quali si spartiscono il denaro che estorcono ai viaggiatori stranieri. E vi posso garantire che la torta è grossa… Come prima cosa ci presentiamo al Capo della Dogana che informa subito il suo collega di Dakar del nostro arrivo. Tocca poi al meticoloso controllo delle moto con confronto tra i numeri di telaio di ognuna ed i dati riportati sui documenti. Scattano persino delle foto col cellulare alle targhette riportanti i dati. Pazzesco… Soddisfatta la curiosa professionalità dei doganieri, dobbiamo procurare le assicurazioni per entrare in Mauritania. Nel frattempo il ferry sul fiume Senegal, che disegna la linea di confine tra i due stati, si stacca dalla sponda senegalese e si porta verso quella mauritana. Senza di noi. Sono le 12:30. Ritornerà alle 17:30… Cinque ore sotto il sole, infastiditi dai presenti come i cavalli dai tafani, senza poter fare nient’altro che guardare l’orologio ed osservare l’immobilità del ferry fermo dall’altra parte del fiume. Quando finalmente sbarchiamo in Mauritania ricomincia la processione dentro fetidi uffici tra corridoi puzzolenti di urina e rifiuti, a suon di centinaia di euro. Con gli ultimi 50 euro di “mancia” gentilmente richiesti con minacce dal nostro faccendiere, lasciamo la dogana e ci dirigiamo verso Nouakchott, la capitale, la prima città distante circa 220 km.

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Speriamo di raggiungerla senza danni perché la strada si rivela subito pessima e sta diventando buio. In più grosse lingue di sabbia la invadono totalmente, a volte vere e proprie dune. La notte cala in fretta sorprendendoci nel bel mezzo del nulla. Continuiamo a guidare passando posti di blocco che ci avvertono di procedere con molta cautela dato che la strada è davvero brutta. Poco dopo una duna si materializza davanti ai nostri fari. La sabbia arancione è soffice e profonda, segnata solo dalle tracce delle ruote dei veicoli appena passati. Pier cade. Per fortuna non si fa male ma spacca una delle borse della moto. Due poliziotti del vicino posto di blocco, avvertiti da un’auto di passaggio, ci raggiungono e ci consigliano di non proseguire ma di passare la notte insieme a loro e ripartire domattina con la luce. Buona idea. Montiamo così i nostri due igloo sulla sabbia proprio di fianco alla loro grossa tenda che ospita il drappello e ci infiliamo stanchi nei sacchi a pelo a meditare sulla lunga giornata…

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