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ITALIA – GUINEA BISSAU (prima parte)

testo di Marco Ronzoni, foto di Paolo Candiani e Paola Bettineschi

Nessuno di noi sei avrebbe mai pensato un giorno di raggiungere via terra la Guinea Bissau, il piccolo stato dell’Africa Occidentale geograficamente nascosto a sud del più famoso Senegal. Tre di noi, me compreso, ci erano già stati diverse volte per svolgere del volontariato presso la Missione Cristiana di Ingoré, un piccolo villaggio nel nord del Paese, mentre per gli altri sarebbe stata la prima volta. Tra noi “veterani” si fantasticava da anni sulla possibilità di arrivarvi prima o poi con un mezzo che non fosse l’aereo e quando il destino ce ne ha dato l’opportunità, a tutti noi già brillavano gli occhi.

Siamo sei amici lombardi, tutti legati attivamente all’Associazione Onlus Amici della Guinea Bissau di Busto Arsizio (Va): Paolo (il “Grande Presidente ad Honorem” dell’Associazione ed irraggiungibile collezionista di esperienze in Guinea), Alberto (che negli ultimi 7 anni ha seguito il Presidente con costanza encomiabile), Monica e Davide (amici pavesi operosi sostenitori a distanza del gruppo), Paola (la mia compagna) ed io, Marco (con alle spalle tre episodi di volontariato in Africa). In queste pagine racconteremo la piccola avventura che abbiamo costruito e vissuto con grande emozione, per tentare di dare qualcosa in più ad un mondo lontano e difficile.

Da sempre, in quella parte della Guinea Bissau, esisteva la vitale necessità di un’Unità Mobile di Soccorso che potesse provvedere al trasporto degli ammalati dai luoghi più inaccessibili della regione, che permettesse di effettuare turni di visita regolari e garantire un’assistenza sanitaria anche nei i villaggi più interni. Le condizioni estreme dei collegamenti stradali (la maggior parte piste), soprattutto nella stagione delle piogge, richiedevano la presenza sul territorio di un mezzo adeguato che implicava un impegno economico gravoso.

La donazione di una fuoristrada TOYOTA 4runner usata ma in buone condizioni da parte di una sostenitrice dell’Associazione, ha dato il via al progetto: trasformarla in auto medica e consegnarla alla Missione. Realizzarlo non sarebbe stato facile: la priorità assoluta era disporre del denaro necessario senza pesare sulle casse dell’Associazione o senza esorbitanti costi di autofinanziamento. Così fin da subito ci siamo impegnati per creare una sorta di “evento” che potesse recuperare fondi ed attirare sull’Associazione un po’ di interesse. Dentro di noi la volontà di realizzare qualcosa di importante ed il forte impulso dell’avventura hanno dato vita alla grande idea: condurre via terra l’auto medica fino alla Missione, “scortata” da due moto attraverso Marocco, Sahara Occidentale, Mauritania, Senegal, Gambia per giungere infine in Guinea Bissau.

Paolo ed Alberto sono stati immediatamente affascinati dall’idea di guidare l’auto in Africa e la passione per i viaggi in moto mia, di Paola e degli amici Davide e Monica, ha fatto il resto. Avevamo la determinazione, l’entusiasmo ed il tempo per organizzarla. Si poteva fare…

La rinnovata generosità della BTSR, un’azienda di Olgiate Olona (Va), ha messo subito a disposizione il denaro necessario alla trasformazione della Toyota ed alle spese di viaggio. Successivamente, a cascata, si sono aggiunti “sponsor” tecnici e finanziatori che hanno contribuito sostanziosamente al progetto. La prima fase organizzativa del viaggio imponeva la preparazione dei veicoli, il recupero di informazioni aggiornate e la pianificazione dell’itinerario. Decine di ore passate in internet, al telefono o davanti alle cartine per perfezionare la logistica, tanti chilometri per raggiungere ambasciate ed uffici, montagne di notizie da verificare, confermare o smentire. La cartina Michelin 741 dell’Africa Nordovest raccontava di un viaggio di diverse migliaia di chilometri, fatto di lunghi trasferimenti e di zone piuttosto “rischiose” da attraversare. I passati ma ancora vivi avvenimenti che avevano bloccato in Mauritania un’organizzazione come quella della mitica “Dakar”, la storica agitazione politica della Casamance, la fascia meridionale del Senegal, e la recente e travagliata storia politica della Guinea Bissau, non creavano certo un’atmosfera rilassante. Dopo vari abbozzi poco convincenti, veniva deciso il programma definitivo.

Il viaggio si sarebbe svolto tra il 22 dicembre ed il 10 gennaio sia per il clima secco che avremmo trovato soprattutto in Senegal e Guinea sia per poter usufruire delle feste natalizie e raccogliere almeno quella ventina di giorni utili alla sua realizzazione senza penalizzare troppo gli impegni professionali di ognuno di noi. Avremmo raggiunto Genova e da lì Tangeri in traghetto per poi iniziare la grande discesa verso sud. Per problemi di tempo, una volta consegnata l’auto, le moto sarebbero ritornate a Dakar e da lì rimpatriate via nave. Paolo ed Alberto si sarebbero soffermati qualche giorno in più in Guinea mentre per noi motociclisti era prevista una breve permanenza in Missione. Il rientro di tutti in Italia sarebbe avvenuto in aereo, chi da Bissau chi da Dakar.

Le settimane passavano inesorabili mentre tutti i tasselli dell’organizzazione andavano al proprio posto e prima di potercene rendere davvero conto ci siamo trovati alla vigilia della partenza.

Sono le cinque del mattino del 22 dicembre 2009 e se proprio doveva cominciare male, certo non poteva andare peggio. Una fitta nevicata accoglie il nostro risveglio con oltre 30 cm di neve sulle strade del nord della Lombardia. Nonostante tutto però raggiungiamo Genova senza grossi problemi e riusciamo ad arrivare all’imbarco dell’enorme traghetto della GNV. La nave è semivuota. Durante le oltre 48 ore di navigazione sfruttiamo la forzata inattività per accumulare un po’ di riposo fisico. Finalmente, la sera del 24 siamo in Africa. Il sole sta tramontando su Tangeri; tutto si riempie di una luce calda e le ombre si allungano. Il tipico ed inconfondibile odore di questa terra ci avvolge mentre scendiamo dalla nave.

E’ l’Africa, che non mente mai, che ti accoglie con tutta se stessa per mettere subito in chiaro dove ti trovi. L’Europa l’hai lasciata alle tue spalle, viaggiatore, e la ritroverai solo al tuo ritorno. Ora sei qui, in un altro mondo, non dimenticarlo. Non fare paragoni ed accettalo per quello che è. Mentre fa buio sul porto, inizia a piovigginare. Ci aspettavamo questo clima ma speravamo ci concedesse almeno il tempo di raggiungere latitudini più secche. Radunati i veicoli, recuperiamo le assicurazioni locali e qualche dirham per le prime spese e per il carburante. Le ruote incominciano a girare… Il mattino successivo, alle prime luci dell’alba, il vero viaggio inizia. E’ Natale. Di solito scartiamo i regali nel calduccio delle nostre case e ci prepariamo a passare ore ed ore a tavola, confusi e soffocati da pietanze di ogni genere. Stavolta invece lo passeremo guidando sotto una fastidiosa pioggia sulla bella autostrada che porta da Tangeri a Casablanca. La temperatura è fredda.

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Noi motociclisti ammettiamo senza vergogna di essere ricorsi al tepore delle manopole riscaldate (grande accessorio delle GS) mentre gli amici in auto godono di riscaldamento, finestrini e tergicristalli (che invidia…). Abbiamo in programma tappe giornaliere diversificate: distanze maggiori (fino a 650 km) per trasferimenti diretti e distanze minori (300/350 km) in presenza di dogane da attraversare o probabili numerosi posti di controllo. Il tutto, ovviamente, compatibilmente con la geografia del luogo e la distribuzione sul territorio delle città nelle quali poter passare la notte.

Riempiamo subito le taniche supplementari che teniamo sopra la Toyota: 40 litri di gasolio e 40 di benzina verde ci saranno utili se e quando non dovessimo trovare carburante lungo la strada. Dopo una breve sosta nell’affascinante Rabat raggiungiamo l’aeroporto di Casablanca. Paola e Monica stanno arrivando in aereo da Malpensa ma il loro aereo è in forte ritardo. Paolo ed Alberto raggiungono subito Marrakech per trovare un albergo mentre io e Davide restiamo ad aspettarle. Il tempo continua a rovesciare pioggia e vento. Quando finalmente riabbracciamo le nostre compagne, si sta facendo buio e di conseguenza preferiamo sistemarci in un asettico hotel proprio fuori l’aeroporto, dispiaciuti per non poter vivere il calore ed il fascino della piazza Jemaa El Fna di Marrakech. Sarebbe stata una stupenda sera di Natale.

Il gruppo si riunisce definitivamente l’indomani oltre Marrakech. Ha smesso di piovere ed è spuntato un tiepido sole. Ci muoviamo quindi in ordinata colonna verso Agadir. Il paesaggio è stupendo, arricchito dal rosso mattone della terra.  La strada sale e scende dolcemente. Grossi autocarri, stracarichi al limite dell’equilibrio, procedono a passo d’uomo arrancando sulle salite e oscurando il cielo con nuvole di fumo nero dagli scarichi. Agadir, raggiunta nel primo pomeriggio, è una bella città affacciata sull’Oceano Atlantico, turistica quanto basta per essere accogliente per uno straniero ma che conserva ancora una propria identità nordafricana.

Ricostruita totalmente dopo il violento terremoto del 1960, ora riposa lungo una bella spiaggia dominata dalla collina sulla quale si può osservare la grande scritta araba del motto nazionale marocchino: Dio, Patria e Re. Il grande mercato del centro regala vicoli intricati, odori e colori inconfondibili. Saziamo la fame con carne di manzo e di pollo comprata da dei macellai e cotta alla brace in un piccolo bar.

Con la tappa successiva varchiamo il confine virtuale del Sahara Occidentale. Inizia la parte dura del viaggio. Le città si diradano distanziandosi anche di centinaia di chilometri e l’offerta di sistemazioni per la notte o di rifornimenti di carburante sarà decisamente inferiore.

Oltre Tiznit e fino a Guelmim si viaggia tra scenari incantevoli fatti di alternarsi di pianure e montagne, poi improvvisamente si apre davanti a noi un’immensa pianura desertica. Poco dopo Tan Tan veniamo fermati da un primo posto di blocco. Al controllo dei documenti, subito un militare marocchino nota sulla borsa laterale della mia moto la bandierina del Sahara Occidentale. E’ allineata con una quindicina di altre piccole bandiere che rappresentano le nazioni che io e Paola abbiamo visitato in moto durante le nostre vacanze e quelle che toccheremo in questo viaggio. Il Sahara Occidentale è il più grande territorio non indipendente del mondo.

Ex colonia spagnola, attualmente è una “Provincia interna” del Regno del Marocco ed il militare, indicando con vigore lo stemma nazionale che porta orgogliosamente sulla manica della divisa, ci rammenta che siamo a tutti gli effetti in Marocco. Il Sahara Occidentale non esiste e quella bandiera è un’offesa. Ricorrendo a tutto il francese che conosco (11 o 12 parole…) chiedo umilmente scusa per il mio gesto irriverente. Sciorino una montagna di salamelecchi intraducibili, promettendo di toglierla al più presto. Ma la promessa non basta. In presenza di altri tre militari vengo letteralmente interrogato su come, dove e quando ho recuperato la bandiera, se ne ho delle altre e se ne hanno i miei compagni di viaggio. Continuo a tentare di spiegare e di scusarmi per il mio comportamento da infedele ma non sentono ragioni. La tensione si placa e mi restituiscono il passaporto solo quando finalmente riescono a staccare l’adesivo dalla borsa.

Da lì in poi iniziano una serie ininterrotta di controlli di Polizia ed Esercito che frammentano piuttosto regolarmente il nostro passo. Ci tornano utilissime le “fiches”, una sorta di scheda riassuntiva dei dati personali che abbiamo compilate in inglese, francese, spagnolo e portoghese, completate inoltre dall’arabo, dettaglio molto apprezzato. Molte volte sono state sufficienti tanto da non dover nemmeno esibire i documenti originali. La  stupenda strada che passando da Tarfaya conduce a Laayoune lambisce la costa affacciandosi di sovente su scogliere a picco sulle onde dell’Oceano Atlantico. I chilometri passano regolari ed al tramonto arriviamo a destinazione. Laayoune, “capitale ufficiosa” del Sahara Occidentale, appare come una città di frontiera. Disordinata, piena di taxi e di mezzi ed uomini delle Nazioni Unite. Niente di bello da vedere, solo una città da sfruttare come ponte verso il profondo sud del Marocco. Troviamo alloggio proprio in centro, incastrati nelle strette vie laterali del corso principale.

E’ ancora buio quando, nel freddo dell’aria mattutina, usciamo con non poche difficoltà di orientamento da Laayoune per immetterci su una monotona strada che per oltre 300 chilometri sarà di una noia mortale. Il panorama è piatto, spesso caratterizzato da rettilinei di decine di chilometri. Intorno il nulla, solo una distesa desertica pietrosa punteggiata da dromedari semiselvatici. A volte la monocromia del terreno viene interrotta dall’azzurro del vicino oceano, ma non basta. I colpi di sonno sia per noi motociclisti che per Alberto e Paolo alla guida della Toyota sono quasi insostenibili.

Negli oltre 500 km tra Laayoune e Dakhla praticamente c’è solo Boujdour, un piccolo agglomerato di abitazioni posto a circa 1/3 del percorso. La presenza umana in tutto il resto della strada è rappresentata da rarissime stazioni di servizio e sperduti posti di blocco militari. Ad ogni controllo siamo stati trattati con cordialità, a volte con fermezza ed orgoglio ma mai con prepotenza. Spesso si accontentano di ricevere delle fiches delle quali nemmeno controllano la veridicità.

Ti rivolgono qualche stupida domanda, da dove vieni, dove vai, quanto costa la moto, a quanto và, tanto per tenere in allenamento le corde vocali. Si stupiscono, o fingono di farlo, quando realizzano che siamo italiani e che siamo arrivati fin lì per strada. Avevamo deciso di mentire sistematicamente sia sulla nostra destinazione sia, soprattutto, sul motivo del nostro viaggio.

Preferiamo spacciarci per un paio di moto scortate da una fuoristrada alla ricerca dell’emulazione di un mitico raid, piuttosto che per sei volontari che stanno andando in Guinea Bissau a consegnare un’ambulanza (le croci rosse erano state coperte da grossi adesivi bianchi). Qualunque forma di missione umanitaria presuppone il trasporto di generi di utilità riservati ad aiutare il destinatario e purtroppo in questo viaggio ogni paese attraversato ha o pensa di avere almeno le stesse necessità di quello d’arrivo.

Quindi, “se hai qualcosa che serve a loro, serve anche a me”. Ciò avrebbe comportato una serie ininterrotta di richieste di cadeaux o addirittura di sequestri di merce, oltre che attirare troppa attenzione su di noi. E ha funzionato.

A circa 200 km da Dakhla ci fermiamo per fare rifornimento e per riprendere conoscenza dopo il torpore di troppi chilometri. La benzina verde incomincia a scarseggiare. E’ il primo di diversi rifornimenti fatti con benzina imprecisata di cui non si conosce bene “il colore” o gli ottani. Le moto continueranno a girare bene, nonostante il fastidioso tintinnio delle valvole ed i suoni rauchi emessi dai motori quando si chiede loro di riprendere da bassi regimi. E’ una sofferenza per le orecchie di un motociclista, ma non si può evitare, almeno qui in Africa. Dal rifornimento in poi la strada si fa un po’ più interessante. Straordinario l’incontro con un gruppo di dromedari selvatici che dondola sparpagliato lungo la strada. Rallentiamo e ci fermiamo. Uno di loro, particolarmente curioso, prima si interessa alla Toyota per poi avvicinarsi lentamente alle moto. Si trattiene per alcuni secondi (che resteranno indimenticabili) a pochi centimetri dalla nostra, allungando il sottile collo verso quello strano essere giallo. Poi si ritrae allontanandosi con indifferenza.

La zona collinare che affrontiamo poco dopo ci obbliga finalmente ad utilizzare volante e manubri per seguirne l’andamento sinuoso. Formazioni rocciose che in scala ridotta ricordano quelle della Monument Valley in Arizona e la costa frastagliata del vicino oceano, arricchiscono il panorama.

Dakhla è posta all’estremità della lunga e stretta penisola di Rio de Oro che si estende protesa verso sud parallela alla costa per circa 40 km. Per raggiungerla percorriamo un tratto di strada di straordinaria bellezza. Scavalcata una sella tra due colline, ci appare una visione mozzafiato a perdita d’occhio sulla penisola. La strada sembra il segno di una gigantesca frustata rimasta tatuata sulla pelle liscia del deserto.

Le acque dell’oceano che la lambiscono sui due lati sono di un azzurro incantevole e decine di kite-surf colorano le spiagge affacciate sul porto naturale creatosi tra la penisola e la terraferma. Rimaniamo per un po’ ad ammirare lo scenario prima di avviarci definitivamente alla nostra meta. Dakhla è il capoluogo della regione. E’ una tappa quasi obbligata per i viaggiatori diretti al sudovest africano perché i chilometri che la separano dal confine mauritano sono troppi per pensare di saltarla e dirigersi direttamente verso Nouadhibou. E’ una cittadina abbastanza turistica, frequentata soprattutto da ogni tipo di surfista, con un piccolo “centro” dove fermenta un po’ la vita serale e dove si trovano i pochi ristoranti, semplici ma con ottima cucina. Offre poche sistemazioni alberghiere ma alcune di buona qualità.

Il mattino seguente lasciamo Dakhla mentre sta sorgendo il sole. I chilometri odierni non sono tantissimi ma dobbiamo entrare in Mauritania e non sappiamo quanto tempo ci costeranno i controlli in frontiera. Percorriamo a ritroso la stupenda penisola accesa dai colori dell’alba prima di affrontare la monotona discesa verso sud.

Poco dopo El Argoub, ad un’ottantina di km da Dakhla, la strada taglia perpendicolarmente il tropico del Cancro. Beh, attraversarlo in moto è una piccola soddisfazione. E’ quasi mezzogiorno quando raggiungiamo finalmente la frontiera marocchina di Guerguerat. Adesso fa davvero caldo. Le lungaggini burocratiche, spesso volutamente prolungate solo come dimostrazione di autorità o per richiesta di cadeaux, ci ricordano che siamo in Africa, se mai la sonnolenza della strada ce lo avesse fatto dimenticare.

Sulla Toyota abbiamo oggetti vari da utilizzare come omaggi “ufficiali”: scatolette di tonno sott’olio, penne a sfera, occhiali da sole, orologi, magliette, cappellini e sigarette (queste ultime comprate di contrabbando in Marocco). Alla fine del viaggio, tonno e sigarette risulteranno particolarmente apprezzati. Qualcuno, invece, si è accontentato di soldi, meglio se in euro… Il ricorrente rito delle formalità di frontiera comprenderà sempre tre controlli: i primi due sui passaporti da parte di Polizia ed Esercito, il terzo sui documenti dei mezzi da parte degli Ufficiali della Dogana.

Dopo un primo controllo abbastanza veloce, i nostri passaporti vengono “dimenticati” su una scrivania per mezz’ora prima di essere timbrati. Ispezione doganale al carico dei veicoli, distribuzione di sigarette e scatolette di tonno e via verso la Mauritania. Lasciato il territorio marocchino, attraversiamo la “Terra di nessuno”, un tratto sterrato di circa 5 km dimenticato dagli uomini e da Dio (chiunque esso sia), che assomiglia vagamente ad un campo prove per carri armati. E’ completamente privo di criterio, con decine di tracce che si intrecciano.

Gli inviti a non avventurarsi fuori pista causa la presenza di mine, retaggio bellico dei tempi tribolati di questa zona, suonano quanto mai insensati. Ma qual è la “pista”? Ovunque è terra, sassi taglienti, sabbia, buche, avvallamenti. Il tutto condito da decine di rottami di veicoli arrugginiti. In più, caldo soffocante e polvere: ottima miscela… Fortunatamente non è infinito e senza esplosioni raggiungiamo ed affrontiamo la frontiera mauritana. Inaspettatamente, anche se un po’ complicata, si rivela più veloce del previsto.

Sul passaporto dei proprietari dei mezzi, vicino al visto temporaneo di transito ottenuto presso l’Ambasciata Mauritana di Roma, viene posto il timbro di ingresso ed annotati a penna tipo di veicolo, targa e numero di telaio. All’uscita dal Paese controlleranno che siano gli stessi e ne verranno nuovamente segnati i dati sul relativo timbro doganale. Anche per la Mauritania dovremo poi sottoscrivere un’assicurazione locale, ma potremo farlo solo una volta raggiunta Nouadhibou. Già, dimenticavo, tutti gli stati attraversati da questo viaggio non riconoscono alcuna assicurazione per i veicoli, italiana od internazionale che sia. Si è costretti ad acquistare, a costi abbastanza corposi, una polizza temporanea presso un ufficio assicurativo del luogo.

Terminate le varie pratiche, finalmente si ricomincia a guidare. A conti fatti, il giochetto di uscire dal Marocco ed entrare in Mauritania ci è costato 3 ore totali. Niente male. Gli ultimi 40 km per raggiungere Nouadhibou, capitale della regione del Dakhlet Nouadhibou, sono su una buona strada che, come per Dakhla, percorre un promontorio.

E’ la penisola di Capo Blanco. Tira un vento piuttosto fastidioso da ovest che solleva sabbia sull’asfalto. Guardando verso il mare notiamo il “treno più lungo del mondo”, centinaia di vagoni merci tutti uguali trainati da tre locomotori diesel che procedono lentamente. Il treno trasporta quì minerale ferroso da Zouerat e Fderik, città minerarie dell’interno. E’ un vero Guinness dei Primati, perché può raggiungere una lunghezza totale di 3 chilometri. E’ un po’ il biglietto da visita della città, seconda per dimensioni e polo commerciale del Paese. Non si può certo dire che sia bella. Entrandovi notiamo sporcizia e disordine. Vive di pesca e della lavorazione del ferro e non offre niente. Anche in questo caso, è una semplice tappa verso il sud, spesso obbligatoria prima di affrontare il deserto. L’albergo che ci ospita è comunque accogliente. Siamo gli unici ospiti e con molta cortesia ci preparano un’ottima cena a base di pesce. Cambiamo anche qualche euro in ouguiya, la moneta locale. Tocca a Paolo ed Alberto uscire dopo cena con un tizio che li porterà in taxi a fare le assicurazioni per i mezzi. Al loro ritorno raccontano di una viabilità pazzesca e della follia dei guidatori del posto. Una curiosità: sembra che tutte le Mercedes 190 del mondo, scomparse ormai da anni dalle nostre strade, si siano radunate in Mauritania…

La tappa successiva è la più impegnativa, almeno in teoria. Fino a Nouakchott, distante quasi 500 km di Trans Sahariana (asfaltata completamente dal 2007), praticamente non c’è nient’altro che deserto. Nessuna città che possa definirsi tale, solo una o due stazioni di rifornimento. La nostra sicurezza preoccupa un po’ tutti, chi più chi meno, dopo i rapimenti avvenuti in Mauritania nelle scorse settimane.

Tre spagnoli di una ONG sono stati sequestrati proprio lungo la strada di oggi mentre un italiano e la sua compagna africana su quella tra la capitale ed il Mali. Speriamo. Facciamo il pieno appena fuori Nouadhibou ed iniziamo il lungo trasferimento. C’è vento che soffia sabbia sull’asfalto liscio come un biliardo. Solo in alcuni punti incontriamo delle buche, ma le condizioni generali ci permettono una buona andatura.

Normalmente fuori dai centri abitati viaggiamo al massimo a 100/110 km/h sia per rispettare i limiti che per contenere i consumi dei mezzi ma anche per avere il tempo di vedere e schivare eventuali ostacoli o buche. Inoltre, cosa da non sottovalutare, la strada viene costantemente attraversata da animali di ogni genere: asini, dromedari, capre, pecore, galline, maiali, mucche e cani.

Approssimandosi a villaggi o semplicemente a gruppi di case, dobbiamo rallentare sempre. Lì i pericoli sono, oltre ai soliti animali, le persone ed i mezzi che circolano indifferenti al mondo intero, parandotisi davanti senza regole o preavvisi. Il limite scende anche a 40 km/h ed invisibili cartelli arrugginiti ed ammaccati intimano l’ALT dei posti di controllo. Gli agenti sono solitamente fermi qualche decina di metri oltre il segnale di arresto, mischiati tra la gente che affolla la strada.

E’ doveroso fermarsi all’altezza del cartello anche se non si vede nessuno all’orizzonte ed aspettare che qualche divisa compaia dal nulla e ti faccia cenno con una mano di avvicinarti uno alla volta, anche se viaggiamo in comitiva. Ne sa qualcosa Davide che, qualche giorno più tardi, verrà fatto indietreggiare per decine di metri fino al cartello di ALT solo perché era avanzato accodandosi a me al cenno del poliziotto.

L’agente non ci ha nemmeno controllato i documenti e ci ha fatto proseguire, ma credo che stia ancora ridendo soddisfatto dalla sua performance di autorità. Lasciata Nouadhibou, la strada è deserta tranne per qualche posto di controllo a cui rifiliamo le fiches. Incontriamo il primo veicolo solo dopo 136 Km, poco prima di una piccola stazione di servizio apparentemente abbandonata. Il paesaggio si trasforma lentamente intorno a noi. La sabbia è sempre più presente e le dune sempre più alte, affascinanti e colorate. Incantevoli giochi di colori accompagnano lo sguardo.

A seconda della luce solare le tonalità delle dune cambiano dal grigio chiaro, al beige, all’ocra, al rosso mattone. Nient’altro che sabbia, poche piante scheletriche, cespugli rinsecchiti, dromedari e qualche tenda. Il vento è cessato e la strada è pulitissima. Dopo altri 100 km di nulla e di tutto, arriviamo ad una seconda stazione di servizio, decisamente più viva.

Ne approfittiamo per un doveroso rabbocco dei serbatoi e per una piccola pausa. Un po’ d’acqua e due barrette energetiche. Scopriamo che il gasolio è disponibile ma la benzina è esaurita. Ricorriamo così alle scorte delle taniche sul tetto della Toyota per rifornire le moto.

to be continued…

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