La solitudine delle quattro ruote

In uno dei rari sprazzi di sole di queste “giornate autunnali”, ho preso la moto per fare un giro. Ad un semaforo si affianca una berlina di lusso, con quattro persone a bordo, padre madre e due figli, un maschio e una femmina di più o meno 15/17 anni.
La giornata è splendida, il cielo terso con grandi nuvoloni mette allegria, l’aria tiepida. Al semaforo dopo li osservo. Il padre assorto nel guardare avanti, la madre si rimira nello specchietto di cortesia e i due figli ognuno con un’enorme cuffia sono collegati con due differenti i-pod.
Lo stradone è di quelli che ti trovi semaforo dopo semaforo sempre con il rosso e quindi li ritrovo in quello successivo nella stessa situazione. Nulla è cambiato, non si parlano, ognuno per conto suo. Eppure da qualche parte andranno, è domenica, la giornata è bella. Sarà un funerale? Non credo, perché le espressioni sono serene, solo che non si parlano.
Che io prediliga il viaggiare in moto è un fatto assodato, però la memoria non può non riportarmi alle gite di famiglia, in cinque in una 500 giardinetta. I finestrini erano abbassati, e noi bambini avevamo le facce allegre. Spesso si cantava tutti a squarciagola, e mia madre, che per tutto il viaggio si teneva alla maniglia in alto, che avevano le vetture di un tempo, a volte sonnecchiava serena nonostante il baccano.

Ho trovato molto triste quell’auto con quattro passeggeri, comodissimi e solitari, come fossero su un frecciarossa carico di professionisti (sui treni moderni avrei da fare un’atra disquisizione con la quale vi affliggerò più avanti).
Se l’auto può avere qualcosa di bello potrebbe essere proprio la condivisione.
Parlare tutti assieme, cantare, ascoltare la stessa canzone.
E poi i finestrini abbassati, a meno di avere fuori 40 gradi, un po’ di vento nei capelli, magari il cane con la testa fuori, che si gode la brezza con la lingua a penzoloni.
“Un po’ di vita perdiana!” mi veniva da dire “strillate, ridete, litigate, fate che un po’ di vita vi attraversi”. Lui, come se avesse sentito i miei pensieri, mi ha guardato e allora ho capito. Lo sguardo era serenamente vuoto.
Capello ordinato, la camicia tirata all’altezza del bicipite da sportivo. Una famiglia perfetta, lei carina e ben vestita e i figli da mulino bianco.

Al verde sono schizzato via da quella serena noia, felice di essere solo, in compagnia della mia moto.

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