Collaudare moto, il sogno di molti! Ma è poi una bella vita?

Fare il collaudatore di motociclette anche famose non sempre riserva molta felicità, al contrario di quello che si potrebbe credere, ci si sente un po’ dummie (manichini per test automobilistici).
di Carlo Nannini (Kiddo)
Io e il mio amico Joshua non ci vediamo molto spesso, il fatto di vivere in Paesi diversi non aiuta molto. Giusto alle fiere più importanti dove ci incrociamo mentre stavamo quasi per non salutarci, entrambi persi nella contemplazione di una bellissima special o una novità del salone, tutti e due rapiti dalla moto esposta e disinteressati da ciò che ci circonda. Quando infine uno riconosce l’altro sono baci e abbracci: abbiamo condiviso molte esperienze in pista e fuori anche se lui ormai, mentre io mi davo alla carriera di scribacchino, ha intrapreso quella insolita del dummie.
Il dummie,  come concetto,  è una delle figure più invidiate del mondo motociclistico. Il suo lavoro consiste nel fare almeno cinquecento chilometri al giorno con una moto definita di “preserie”, ovvero la moto come la Casa decide che può andare in commercio; la versione definitiva, di solito una novità assoluta, mascherata, spesso una moto stupenda. Quindi, come ogni appassionato è pronto a giurare, una figata pazzesca. Essere pagati per girare tutto il giorno in moto è il sogno di tutti!  
Se.
Se non succede niente durante i test,  perché la moto deve essere provata con ogni condizione di clima, anzi possibilmente strapazzata quanto più possibile non solo per lunghe percorrenze, ma soprattutto in condizioni climatiche avverse. La giornata di pioggia incessante ad esempio è un’occasione perfetta per chi compie test sull’affidabilita per esaminare l’impermeabilita’ dell’impianto elettrico ed elettronico, o le strade piene di buche le sospensioni e via dicendo.
La vita del mio amico Joshua è diventata, così, molto ricca di emozioni.
Una sera, al ritorno dei suoi cinquecento chilometri giornalieri, consegna la moto in azienda e se ne torna a casa tutto tranquillo, salvo venire avvisato, il giorno dopo, che il perno che tiene il forcellone si era svitato per più di metà, rischiando di fargli perdere tutto il retrotreno della moto.
Oppure, mi racconta Joshua, di quella volta che dopo una giornata di pioggia battente la moto è andata di colpo a ottomila giri come se avesse spalancato il gas mentre stava per imboccare una rotonda. Solo la prontezza di riflessi di tirare la frizione immediatamente gli ha salvato  la pelle. Come i tecnici della Casa hanno poi potuto appurare, uno dei connettori della centralina non era a perfetta tenuta stagna, causando una sorta di cortocircuito che faceva tenere il gas aperto e ha costretto il mio amico a farsi gli ottanta chilometri che lo separavano dell’officina pinzettando la frizione col motore fuorigiri.
Ad un collega comunque è andata peggio,  perché un cerchio di una mandata difettosa si è aperto in due mentre andava sui cento all’ora in rettilineo e si è fatto qualche mese di ospedale, con parziale asportazione della milza. 
Dopo questo e altri allarmanti episodi, e visto che ha una figlia piccola, Joshua ha deciso di cambiare mestiere, lasciando il posto ad un entusiasta  ragazzo al quale non sembrava vero, che lo pagassero per girare in moto tutto il giorno! 
 

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