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11.000 miglia in Africa (seconda parte)

Leggi la prima parte

Lasciamo Addis Abbeba appena fa giorno e ci inoltriamo in un campagna rigogliosa e densamente popolata.

Ai margini della strada file interminabili di persone e mandrie di animali si muovono senza sosta.

Il paese che scorre davanti ai nostri occhi è multicolore e animato. Scendendo a sud attraversiamo vari villaggi in cui si perpetua il culto di Bob Marley, e siamo accompagnati dalla sua musica che viene suonata in ogni dove.

Proseguiamo su una pista di terra rossa che si inerpica sulla montagna, incontriamo uomini che esibiscono fucili vecchi e consunti, forse simbolo delle battaglie combattute per raggiungere la pace attuale.

Scopriamo per la prima volta e non sarà l’ultima che trovare il carburante può essere un’impresa, in più di qualche caso dovremo pagare un mediatore per avere il prezioso liquido a prezzo di mercato nero.

Con quest’ansia in più raggiungiamo la frontiera con il Kenia. Il passaggio è rapido , ma siamo molto tesi perché consapevoli della difficoltà della pista che ci attende.

La realtà si rivela peggiore del previsto, come già ci aveva anticipato un anziano motociclista solitario che avevamo incontrato all’ingresso in Etiopia.

Le asperità sono notevoli e impegnano tutta la nostra attenzione, per percorrere in due giorni una pista sassosa di  500 chilometri, che assomiglia al greto di un fiume.

Ogni tanto un camion stracarico ci sorpassa e le persone appollaiate sul tetto ci salutano sorridendo, soddisfatte di  vederci mangiare la polvere sollevata dalle grandi ruote.

Il viaggio prosegue, ma all’imbrunire foriamo una ruota. Riparato il guasto, stiamo per riprendere la strada, ma le persone che incuriosite ci avevano osservato, ci avvertono della pericolosità della zona e ci accompagnano alla vicina missione. Ci accoglie Enrico, missionario laico italiano, che superato lo stupore ci ospita con calore. Parliamo del nostro viaggio, delle finalità e dell’incontro che ci aspetta l’indomani a Nairobi con un medico ugandese inviato dal CUAAM (organizzazione di medici per l’Africa).

Stupiti conosciamo Ciprien: il medico, è stato assegnato all’ospedale della missione. Se questa non è fortuna….

Il mattino seguente, lasciata buona parte della nostra scorta farmaceutica a suor Vittoria,  diamo un passaggio a padre Edward, che durante il viaggio ci racconta dell’assassinio di due cinesi, avvenuto su questa pista ad opera di predoni.

Ringraziamo il cielo per la foratura provvidenziale.

Nei pressi della frontiera con la Tanzania incontriamo dei gruppi di masai che ci appaiono tristi e senza futuro, rasseganti alla miseria, perché non hanno più la possibilità di dedicarsi alla pastorizia e alla caccia.

In Tanzania il posto di frontiera è informatizzato e gli addetti, con cortesia ci fanno passare rapidamente; l’antitesi di quello che abbiamo vissuto in Egitto.

La Tanzania si apre alla nostra vista con una lunga strada agevole che scende verso la savana mentre all’orizzonte si staglia il Kilimangiaro, la cui vetta è costantemente avvolta dalle nuvole.

La strada è percora da suggestivi cacciatori in bicicletta che indossano abiti coloratissimi e  ostentano una lunga lancia.

Per il nostro validissimo Tommaso questi sono gli ultimi giorni di viaggio che assieme trascorreremo a Dar es Salham, in attesa dell’arrivo di Luana.

Nell’attesa decidiamo di visitare l’isola di Zanzibar che ci lascia stupiti per la bellezza della sua natura, per il forte cinquecentesco e per il palazzo del sultano. Visitiamo il mercato degli schiavi dove ancora si ha ancora l’impressione di sentire i lamenti e le sofferenze degli sventurati rinchiusi nei sotterranei.

Dopo questa visita finalmente recuperiamo Luana. Il ritardo dell’aereo, la perdita del suo bagaglio, impongono una rapida partenza, al calar della sera. Paolo alla guida del pick up, dimenticando che qui la guida è all’inglese, mantiene la destra, fino a quando un gigantesco camion ci sbarra la strada. Paolo sterza a destra all’ultimo momento e l’angioletto custode allarga le ali e ci protegge ancora una volta.

Concordi ringraziamo Allah che qui è il Dio che va per la maggiore. Dopo questa paura e una cena poco invitante decidiamo di coricarci con lo stomaco che protesta. Il paesaggio che ci attende il mattino seguente, quando usciamo dalle tende è indescrivibile, il rosso acceso della terra contrasta con il verde smeraldo della vegetazione, in lontananza si scorgono i primi maestosi baobab.

Attraversiamo un paese da favola che ci incanta e dopo una lunga pista arriviamo al posto di frontiera dove premurosi funzionari ci avvertono che il traghetto è naufragato il mese precedente ed è quindi impossibile attraversare il fiume Rowuma, che rapprtesenta il confine naturale fra Tanzania e Monzambico. L’Africa ci ha insegnato che nulla è impossibile e a tutto si può trovare una soluzione. Una grassoccia e solerte funzionaria ci accompagna al fiume e contratta col capo dei pescatori la nostra traversata. In breve tre barche vengono legate tra loro con pali di eucalipto sui quali carichiamo con ansia i nostri mezzi. L’operazione  illegale, come sottolinea la funzionaria, ci costa 400 € per i pescatori e 100 € perché le guardie di frontiera chiudano un’occhio.

Iniziamo la navigazione, dall’acqua emergono le teste di numerosi ippopotami e qualche coccodrillo sonnolento. Approdiamo finalmente in Monzambico, in mezzo a un nugolo di donne e bambini festosi e colorati e passiamo velocente il posto di frontiera mentre i brontolii dei nostri stomaci ci ricordano che da troppo tempo non mangiano.

La mancanza di moneta locale e l’impossibilità di trovare banche lungo il tragitto ci impediscono di placare la nostra fame.

Finalmente raggiungiamo Macimba la Plaia dove ci fermiamo per la notte e divoriamo un ottimo pollo arrosto. La prossima tappa è Pemba dove ci attendono le suore Pastorelle alle quali dobbiamo consegnare trecento paia di occhiali che consentiranno a bambini con deficit visivo di poter studiare.

Le suore ci accolgono in maniera superba, rimaniamo un paio di giorni per assistere ad una festa organizzata in onore della moglie del presidente del Monzambico.

Di prima mattina arrivano decine di persone di tutte le età abbigliate con i vestiti migliori, i capelli acconciati in modo fantasioso, da settimane preparano canti e balli. La festa sarà tutta in nostro onore, la presidentessa non si farà viva.

Le donne cantano  e danzano con movimenti sinuosi e ritmici, prendono nel cerchio suor Franca e Luana, e mentre tutti partecipano la musica entra nello spirito e ci unisce in un’unica anima.

Arrivato il momento del commiato ognuno di noi sa di aver lasciato poco rispetto a quello che ha ricevuto. La prossima meta è Ile de Monzambico, deliziosa cittadina coloniale che ha dedicato un giardino alla memoria del turpe mercato degli schiavi; nei pressi del pontile da cui gli sventurati venivano imbarcati verso l’ Europa; durante la visita mi assillano considerazioni sull’attualità del problema non ancora risolto.

Proseguiamo verso lo Zambesi, il fiume maestoso sulle cui rive, in attesa del traghetto, vediamo donne intente a fare il bucato o a lavare i loro bambini che si dimenano e strillano perché, come in ogni parte del mondo, amano poco il “bagnetto”.

La pista che ci aspetta è dissestata e impegnativa tanto che ancora una volta ci troviamo con una gomma a terra,  impegnati nella difficile sostituzione di una ruota, che non si vuole separare dal mozzo; arriviamo a notte fonda  a Vilanculo, ridente spiaggia sull’oceano Indiano.

Finalmente Paolo valutate le correnti ascensionali decide di alzarsi in volo col parapendio.La vista della vela attira moltissimi curiosi che guardano meravigliati il nostro novello Icaro.

La prossima frontiera che ci attende è il Sudafrica.

Il passaggio, facile e rapido, ci consente di recuperare tempo che impegneremo nella visita del parco Kruger, dove accanto allo splendore della vegetazione possiamo osservare un gran numero di animali.

La temperatura si è abbassata notevolmente, non è esagerato dire che fa freddo.

Arriviamo ad Hermanus dove decidiamo di regalarci un’escursione in mare per vedere le balene che in questa zona vengono per riprodursi sottocosta. Per me un altro sogno realizzato. Per circa un’ora seguiamo le evoluzioni di questi enormi mammiferi che scivolano veloci nell’acqua sbuffando per salutarci, rientriamo paghi e con un’altra indimenticabile esperienza negli occhi e nel cuore.

Il viaggio prosegue attraverso immense “town ship”, bidonville di latta riservate ai neri, completamente recintate.

Finalmente arriva il mitico giorno che ci porterà al Capo di Buona Speranza, durante l’avvicinamento, sovrastati da un cielo nuvoloso e da un mare agitato sullo sfondo, penso ai primi intraprendenti navigatori che hanno doppiato il promontorio, battezzandolo in modo augurale.

Il capo è oramai vicino la montagna che lo domina è avvolta da nubi sempre più minacciose, pagato il ticket e percorsi gli ultimi chilometri, lasciamo i nostri mezzi e mentre imbocchiamo il sentiero che porta al faro le nuvole si aprono lasciando posto al sole.

Sfiorati dai suoi raggi immortaliamo la fine della nostra impresa abbracciati al cartello che indica il capo. Mentre ci godiamo la sensazione bellissima di avercela fatta vedo il cartello che indica la distanza da casa 9100 chilometri.

Ai piedi di quel cartello commossi, ci rendiamo conto che il momento è magico. Pensiamo alla gioia di aver coronato un sogno.

Ormai sulla via del ritorno  in preda all’ansia di abbracciare i pazienti familiari, già un altro tarlo si insinua nelle nostre teste:  dove ci porterà la prossima impresa”?

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