Capo Nord in moto: aneddoti e ricordi di un viaggio memorabile

Si sa, viaggiare non significa soltanto raggiungere una meta. Per dirla come Fernando Pessoa: “Il viaggio è una condizione dell’anima, i viaggi sono i viaggiatori”. Però ce ne sono alcuni che meritano di essere scritti con la V maiuscola. Questo fu il mio Viaggio a Capo Nord in moto.

Sono passati 35 (trentacinque!) anni dal nostro Viaggio, quello che ogni motociclista ricorda con più nostalgia, quello che ti rimane appiccicato addosso e i cui ricordi potresti raccontare ai nipoti di fronte al caminetto: Capo Nord in moto.

Molti di quei ricordi, scontrini, biglietti dei traghetti, pass dei circuiti, ricevute varie di campeggi e ostelli, sono appesi nell’ingresso di casa, altri stanno in un cassetto insieme a memorabilia varia, e ognuno di quei frammenti ha una storia da raccontare.

Viaggio a Capo Nord in moto, ecco cosa usammo

Le moto mitiche degli anni ’80, quelle che riconoscevi tra mille senza doverne leggere il marchio sul serbatoio. Una 4 cilindri piena di valvole che la potevi usare in pista (salvo scatafasciarsi alla San Donato) oppure caricarla come un mulo e partire per il viaggio a Capo Nord in moto, il giorno dopo averla acquistata (giuro!). E una di quelle immarcescibili monocilindriche tuttofare sul serio, che se qualcuno decidesse oggi di rimettere in produzione porterebbe il fatturato a livello del PIL della Cina, e che sul mercato dell’usato hanno raggiunto quotazioni che se le contendono da Sotheby’s.

Nordkapp Circolo Polare Artico

 

La birreria viaggiante

Da quelle parti son tutti ligi alle regole, stanno in coda alla posta, non gettano cicche per strada, non si mettono le dita nel naso. Solo che quando sbarellano sbarellano! Tipo che lungo una strada norvegese cominciamo a sentire un odore di malto sempre più forte via via che procedevamo. E dietro una curva… Un camion con rimorchio carico di birre, si vede che l’autista ne aveva voluta assaggiare una, solo che poi gli doveva esser piaciuta e aveva continuato. In pratica aveva aperto un pub.

Capo Nord in moto
Una birreria all’aperto

 

L’uomo più stanco del mondo

Cercavamo di risparmiare, e laddove non dormivamo in tenda cercavamo alloggi presso gli Ostelli della Gioventù. Camerate comuni quindi, e relativi incontri. Tipo l’uomo più stanco del mondo, che arriva, posa lo zaino, sale sul letto a castello, si spoglia per mettersi qualcosa di comodo per la notte, e… ZZZZZZ… si addormenta a metà dell’opera, con le mutande a mezza coscia e il pisello di fòri. E no, la foto non è disponibile!

 

Oltre la cortina di ferro

Non solo arrivammo fino al confine dell’allora URSS (rischiando una mitragliata, lo racconto qui), ma scendendo ci fermammo anche a Berlino, ancora divisa in due dal muro, e raggiungibile attraversando un pezzo di DDR. Stazione di servizio, entriamo al bar e chiediamo un caffè. Vabbè una brodaglia color caffè. Per mitigarne il previsto sapore allunghiamo una mano verso il contenitore dello zucchero, zollette dall’aspetto un tantino stantìo ma soprattutto dotate di vita propria. Nel senso che la zolletta non ha voglia di farsi prendere e si sposta. Cammina proprio, si allontana. Guardiamo meglio, ha le zampe. Nere. Di un non meglio precisato insetto che se la porta sulle spalle. Dicono che coleotteri e cavallette saranno il cibo del futuro, ma quel giorno non avemmo voglia di fare i pionieri.

Nordkapp passaggio in DDR
I timbri del passaggio in Germania Est, direzione Berlino

 

Che notte quella notte!

A nord in estate fa buio tardi, sempre che faccia biuo. Facevamo diverse centinaia di km al giorno, e mantenuti belli svegli dalla luce del giorno a volte arrivavamo nei posti in orari improbabili. Magari il sole era ancora sopra l’orizzonte, ma l’orologio segnava comunque le 23, e trovare alloggio a volte non fu semplice. Un giorno (o una notte, boh) arrivammo in un hotel scalcagnato. Non c’era posto, ma senza nemmeno che insistessimo i gestori ci fecero accomodare… nello scantinato. Lipperlì ci fece piacere la disponibilità, ma mentre ci sistemavamo nei sacchi a pelo notammo che tra attrezzi canotti e materassini di quella che era una rimessa per barche (?) c’erano zaini, scarpe, e vari oggetti personali. E ci prese una certa ansia che fossero di malcapitati turisti arrivati lì anche loro per caso e poi BAM! fine del viaggio. Poi la stanchezza prese il sopravvento sui cattivi pensieri, ma quella notte ci coricammo con un occhio chiuso e uno aperto, e bel remo a portata di mano. Ah, comunque non ci fecero pagare nemmeno la colazione.

 

Notte? Qualcuno ha detto notte?

Tra la memorabilia che sta suscitando questi ricordi, c’è anche un tovagliolo vergato in finlandese. Eh… all’epoca eravamo gggiovini e aitanti, e lassù andava di moda “Italians do it better”. Google translator ce l’avete no?

Nordkapp dichiarazione d'amore
Rakkaudella non era il nome…

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