DISCLAIMER: non vuole essere un post bacchettone, chi è senza peccato scagli la prima pietra, di belle cazzate ne abbiamo fatte tante anche noi. Ma vuole essere un invito a farsi tutti un esamino di coscienza.
Diciamolo subito a scanso di fraintendimenti: chi scrive queste righe ha passato intere domeniche a inseguire la traiettoria perfetta sul Muraglione o sulla Sambuca. Sa cosa significa il godimento di una guida a passo svelto, o quel brividino nel sentire l’aderenza delle gomme che stanno per fare “giacomo giacomo”, ma sa anche che l’Appennino chiede rispetto, a quel brivido va dato un limite, e soprattutto non deve trasformarsi in una giornata rovinata da una scivolata o peggio. Ok ok, questione anche di anagrafe, lo so. Diciamo di esperienza va’, che suona meglio.
Dei fenomeni e dei paracarri
Negli ultimi anni la velocità sui passi del nostro Appennino è diventata una specie di status symbol: curve prese alla garibaldina incuranti della linea di mezzeria, staccate con tanto di piedino giù dalla pedana, ginocchia che consumano saponette (quando ci sono, altrimenti sono molto coreografici i jeans bucati). E una volta arrivati allo chalet la prima cosa che ognuno fa tra un caffè e il cicchino d’ordinanza è guardare lo stato della gomma dell’amico per verificarne la “chiusura”, e guai se manca mezzo centimetro, c’è il rischio di essere additati come “paracarro” nei secoli dei secoli amen.
Quale orgoglioso rappresentante di quest’ultima categoria spesso mi chiedo cosa ci facciano lì tutti quei fenomeni che a sentirli parlare uno più che con la tazzina se li immagina impegnati nella superpole della Superbike. Ma il problema vero è che l’Appennino non è un circuito (“La strada non è una pista!” recita il tormentone) ma, soprattutto, non è un luogo vuoto: è fatto di paesi, di case affacciate sulla strada, di persone che quelle curve le percorrono per andare a lavorare o a comprare il pane. Spesso uscendo col suv da un cancello a bordo strada o da una stradina laterale.
Chi vive lungo queste strade comincia ad essere stanco. Stanco del rumore, delle frenatone sotto le finestre, degli incidenti che trasformano ogni domenica di sole in una lotteria. E inutile girarci intorno, ha ragione. Perché se per qualcuno quella curva è “la più bella del passo”, per qualcun altro è l’incrocio dove passa il figlio in motorino o la mamma con la Panda. E allora ecco che cominciano ad apparire qua e là certi moniti messi non dai gendarmi con i pennacchi e con le armi (cit.), ma da semplici cittadini che in mancanza di buon senso ai gendarmi si appellano.
Narcisismo del motociclista.
A complicare tutto ci si è messa la nuova moda dei fotografi appostati lungo i tornanti. Nati come un gioco – una foto ricordo, un modo carino per portarsi a casa un’immagine sulla propria moto in piega – sono diventati, in certi posti, una calamita per gli eccessi. Sai che lì c’è l’obiettivo, sai che la foto verrà pubblicata, condivisa, commentata. E allora ecco che la curva non è più un punto della strada, ma un palcoscenico. Più pieghi, più vai forte, più vali.
Lo stesso vale per le action cam. Piccole, leggere, sempre accese. Trasformano ogni uscita in una potenziale clip da YouTube o Instagram. E quando sai di essere “on-air”, il confine tra guida fluida e guida aggressiva si assottiglia pericolosamente. Non vuoi più solo goderti la strada: vuoi dimostrare qualcosa. A chi? A un pubblico invisibile che non sa neanche dove sia quel passo, ma che giudicherà la tua giornata in base a quanti gradi avevi di inclinazione (oppure a quante volte hai sconfinato nella corsia opposta).
Il paradosso è che la moto nasce per un’altra cosa. Nasce per viaggiare, per sentire i chilometri scorrere sotto le ruote, per fermarsi in un bar di montagna e parlare con chi quella strada la percorre da una vita. Non per fare il record su un tratto di asfalto condiviso con il mondo.
Se continuiamo così, la conseguenza è scontata: sempre più controlli, più limiti, più pedaggi, più strade chiuse o contingentate alle moto. E non perché “ce l’hanno con noi”, ma perché non abbiamo saputo darci una regolata. L’Appennino non chiede silenzio assoluto né andature da bradipo zoppo. Chiede solo rispetto. Per chi ci vive, per chi ci lavora, per chi, in moto o no, vorrebbe continuare a chiamarlo casa.
Andare forte può essere divertente. Andare lontano lo è di più. E soprattutto dura più a lungo.
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Bravo Franz
Ottimo articolo