Ducati V4, ma il mio cuore resta bicilindrico

Il nostro Franz è innamorato del bicilindrico di Borgo Panigale, anche se capisce le motivazioni che hanno portato alla produzione di serie del Ducati V4

Narra la leggenda, ma non stento a crederci, che quando il 25 luglio 1965 al Newport Folk Festival un giovane Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, lasciò nel camerino la sua abituale chitarra acustica e si presentò sul palco con una chitarra elettrica (una Fender Stratocaster per la cronaca), molti tra il pubblico cominciarono a rumoreggiare al grido di “Giuda!”, e pure Pete Seeger, cantante folk e promotore del Festival, provò a punire quella che all’epoca era una vera e propria eresia scollegandogli l’amplificazione dai generatori di corrente.

Voglio sperare che nessuno, tra coloro che assisteranno alla presentazione del nuovo motore Ducati V4 Desmosedici Stradale in programma questo fine settimana a Misano, arriverà a tagliare i cavi di due candele o a dare del traditore a Claudio Domenicali, ma il popolo ducatista, inutile negarlo, un po’ talebano lo è, e ci sta che non tutti possano prendere bene una svolta che, inutile negare anche questo, è epocale.

In realtà una Desmosedici c’è già stata, ma era una specie di esercizio tecnologico, una moto esoterica nata come replica della GP di quegli anni alla quale furono aggiunti fari e specchietti. Stavolta il 4 cilindri equipaggerà una moto stradale, anzi, equipaggerà la moto che dovrà prendere il posto di quel capolavoro che è la Panigale nei sogni e nel cuore degli appassionati. Scusate se è poco.

Ducati è un’Azienda che come nessun’altra si è costruita nel tempo un’identità fortissima, ha sfruttato in maniera magistrale la sua storia alimentando il mito delle vittorie di Paul Smart (200 Miglia di Imola 1972) e di Mike Hailwood (TT 1978), e ha fatto di scelte tecniche esclusive una bandiera anche quando il progresso suggeriva di orientarsi verso altre strade.

L’alberello a coppie coniche è ancora oggi mostrato con orgoglio dai proprietari delle Supersport degli anni 70 che spesso montano la copertura trasparente per lasciarle in vista, così come molti sfidano i detriti e tolgono i coperchi laterali pur di (far) vedere il roteare delle cinghie. E che dire della distribuzione desmodromica? In giro si vede gente che valvole, camme, e braccetti ce li hanno tatuati addosso!

E poi il must, il marchio di fabbrica, il vero segno distintivo: il motore bicilindrico.

Longitudinale a L, stretto, leggero, potente, incastonato come un gioiello in un telaio a traliccio, dotato di quella coppia che ti lanciava fuori dalle curve come una fionda, nel corso dei decenni è stato evoluto fino a livelli impensabili, nel campionato Superbike si è battuto contro pluricilindrici giapponesi e non solo e li ha battuti, spesso strapazzati. E per i “religiosi” ducatisti era un vanto arrivare in cima al passo in Appennino in sella alla moto campione del mondo a dispetto di una tecnologia teoricamente inferiore. Ecchissenefrega se la manutenzione è più complessa della norma o se le vibrazioni ti informicolano le braccia.

E poi ancora il rombo, anzi il tuono che usciva dagli scarichi. Perché non solo l’occhio, ma anche l’orecchio vuole la sua parte. E una Ducati la devi sentire arrivare dalla vallata, il pulsare dei due pistoni è qualcosa di inconfondibile, e la frizione a secco col suo sferragliare cha pare di scuotere un cassetto di cucchiai è un altro di quegli strumenti che emanano una musica che per noi integralisti è melodia celestiale.

Già, ho detto “noi”. Se non si fosse capito chi scrive ha avuto e ha tuttora in garage più di un bicilindrico made in Borgo Panigale. Come molti il sottoscritto ha sofferto la progressiva scomparsa del telaio a traliccio a favore di strutture portanti, la scomparsa della frizione a secco, e anche la mancanza della vittoria del campionato Superbike da parte della Panigale, unica a non esserci riuscita.

Già, il motivo della svolta a quattro cilindri a ben guardare potrebbe essere proprio questo. Contro lo strapotere Kawasaki degli ultimi anni ormai due cilindri sono pochi, spremuti fino all’ultima stilla possono ancora vincere qualche gara ma alla lunga non sono più competitivi al 100%. E allora anche per noi talebani, il cui cuore batterà sempre e comunque per il bicilindrico, è più facile accettare l’idea che sotto la carenatura di una Ducati ci sia un V4. Tutto sommato dalle foto rubate che circolano in giro la nuova Panigale mantiene le fantastiche linee della precedente, e anche il motore ha un ordine di accensione “Twin Pulse”, si vede che nemmeno i tecnici se la sono sentita di stravolgere del tutto il DNA.

Non rimane che aspettare l’EICMA di Milano, o meglio ancora andare a vederlo (e a sentirlo?) a Misano, dove ci sarà anche da fare un gran tifo per Desmo Dovi. Il quale, non dimentichiamolo, guida un Ducati V4!

Ducati V4
Ducati V4

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2 comments

  1. Lo sto scrivendo su tutti i social: ma a cosa serve una cilindrata di 1100cc? Non ti puoi misurare con gli altri competitor (perché se vinci, hai un vantaggio di cilindrata, se perdi, fai una figura di merda. Le testate giornalistiche, non potranno mai metterla nella comparativa delle supersportive. Ci sarà il modello superbike, ma quello sarà per poche tasche. Un lamps

  2. Bell articolo franz… grande !!!

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