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Doriano Romboni: ma si, diciamo che è il destino

Oggi, per il mio blog, avrei voluto pubblicare qualcosa di più allegro delle ultime volte. Gli ultimi scritti avevano una certa pesantezza e non avrei voluto trasformare questo mio spazio in un sermone vista, per altro, la cadenza domenicale.

La morte di Romboni però mi impedisce di avere il cuore leggero.

Tra noi motociclisti c’è un legame, fatto della stessa passione e degli stessi rischi.

Ma questa morte, avvenuta in una manifestazione celebrativa di un altro pilota morto – Marco Simoncelli – ha del bizzarro e crudele. Molti si appelleranno al destino, perché Doriano era fuori dalle competizioni, in veste di pilota, da tempo.

Che dire: il destino esiste?

Abbiamo scritto quanto è il nostro tempo terreno?

Se così fosse tutti gli sforzi umani per contrastare incidenti, malattie, sarebbero vani.

L’invenzione della penicillina ha raddoppiato la vita media delle persone.

La farmacopea, ha allungato la vita, ma anche tutte le norme antinfortunistiche cui siamo sottoposti. Nonostante ciò la gente continua a morire e noi, per farcene una ragione, ci appelliamo al destino. Se così fosse, non dovremmo preoccuparci un gran che. Non dovremmo stare attenti a ciò che mangiamo, all’igiene, ad attraversare la strada. Non dovremmo insistere perché le norme antinfortunistiche sui posti di lavoro siano attuate (un migliaio di lavoratori in Italia muoiono ogni anno), non dovremmo ragionare quando ci mettiamo alla guida di un auto o di una moto si essere sobri. Non dovremmo tenere sotto controllo, impianti civili e industriali, e nemmeno i freni delle nostre moto. Quando è ora è ora, dovremmo dirci.

Quando fu reso obbligatorio il casco in molti si opposero. Per la verità pure io che avevo una ventina d’anni e accolsi quella norma come una restrizione della mia libertà personale. Eppure l’uso del casco, da un anno all’altro, ridusse drasticamente la mortalità in moto. Questo non volle dire la fine dei decessi in moto, ma una forte riduzione degli eventi fatali.

Mi pare che Doriamo sia stato investito dagli altri partecipanti alla gara celebrativa. Sia scivolato finendo in un’altra parte del piccolo circuito, dove nel frattempo giungevano altri piloti. Senza volerne fare una colpa agli organizzatori che saranno immagino distrutti, devo ritenere che quel piccolo kartodromo non fosse adatto a far girare delle moto.

Non so se il destino esista o meno, ma cerchiamo di non prestare il fianco a quello avverso.

 

 

 

 

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One comment

  1. Claudio Falanga

    Non sempre ciò che è omologato offre le condizioni migliori per la sicurezza e quanto successo purtroppo avalla questa possibilità. Se cadendo si finisce in un altro tratto del circuito c’è qualcosa che non va. Quindi o ci si appella all’ineluttabile fato, o si prendono dei provvedimenti.

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