La terra di Guglielmo Tell (la verde Svizzera)

testo e foto di Andrea Leggieri

E’ dal confine che ci dilettiamo a mettere in fila tutti quegli stereotipi, positivi ma piuttosto seriosi, che fanno della Svizzera una meta turistica piuttosto inusuale.

 

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I lindi paesaggi alpini, come quelli che stiamo attraversando con gran gusto, popolati di mucche chiazzate al pascolo (confermati) e di giganteschi San Bernardo con la proverbiale damigianetta al collo (questi non li abbiamo ancora incontrati, ma un cicchetto di grappa ai frutti di bosco ce lo faremmo ben volentieri!), le inespugnabili banche che custodiscono ricchezze e segreti di mezzo mondo (e di questo, ahimè, non abbiamo esperienza diretta, per quanto la speranza sia l’ultima a morire), gli orologi che spaccano il secondo e lgli uffici megagalattici delle multinazionali farmaceutiche, persino il formaggio con i buchi, i coltellini multiuso e la cioccolate qui hanno un non so che di austero e asciutto.

“Eppoi” arriviamo nella piazza principale di Lucerna, una bella città proprio al centro della Svizzera, una domenica pomeriggio, ci togliamo il casco, ci guardiamo intorno, e c’è un clima rilassato come su una baita della Dolomiti, incontriamo persone che vanno a spasso con le racchette da trekking nello zaino, altre con il surf sotto braccio, una Bentley decapottabile parcheggiata con non calanche a fianco di una utilitaria vintage, ovunque spazi verdi, tavolini all’aperto, panchine gremite di persone le più eterogenee che si godono la bella luce del tramonto sul lago attraversato dai cigni e dai battelli a vapore …

Si perché Lucerna è una città medievale immersa nelle acque dell’apice nord-occidentale del Lago di Lucerna, e incastonata in un maestoso panorama di montagne che spazia dai Rigi al Pilatus che subito ti rapisce il cuore.

Il cuore della città è nei suoi ponti, fra tutti il “Ponte della Cappella”, un ponte coperto, interamente in legno, che descrive una lunga curva sul lago e conduce alla caratteristica “Torre d’acqua” con le sue poderosa mura ottogonali interamente immerse nelle acque.

Altrettanto brillante è il presente di Lucerna, con una ricca dotazione di musei e un fitto cartellone di eventi, dalla pittura all’arte moderna alla musica; anche solo passando di sfuggita, l’incanto del moderno Centro Congressi trasmette subito l’entusiasmo e lo slancio di questa città per la cultura.

In particolare, c’è un museo che non può sfuggire neppure al più rude dei biker, quello che al solo accenno di un luogo chiuso pieno di quadri e statue, dove non può toccare nulla e neppure sussurrare, gli scende la catena.

Infatti, come piace chiamarlo ai responsabili, è un “non-museo”, dove anzi sei invitato a giocare e sperimentare, ma la cosa davvero straordinaria è che è interamente dedicato alla storia dei trasporti, su strada su rotaia sull’acqua ma anche nello spazio!

La avveniristica struttura, si estende su una superficie espositiva di oltre 20.000 metri quadrati, e in occasione delle celebrazioni del cinquantenario è stato arricchito di ulteriori attrazioni davvero uniche, come il Planetario e la “Swissarena”, dove una gigantesca ripresa aerea, la prima al mondo interamente percorribile, offre una singolare e mozzafiato veduta dell’intero territorio svizzero, una meraviglia altrimenti riservata esclusivamente agli astronauti.

Ma, salvo non nutriate anche speciali perversioni per navi, treni o aerei, o non decidiate di dedicarvi almeno un paio di giorni necessari per una visita completa, vi precipiterete negli spazi dedicati ad auto e moto, a partire dell’Autoteatro, una arena in cui i visitatori possono scegliere il veicolo che, direttamente prelevato da un enorme scaffale-mostra, un sistema robotizzato ti parcheggia sotto i tuoi occhi su un disco girevole che ti consente ti ammirarlo da vicino in tutti i suoi dettagli!

La scelta è fra oltre 80 oggetti, scelti a rotazione dalla ben più vasta collezione del museo, che testimoniano l’evoluzione del mondo del trasporto su strada da metà ottocento ad oggi. Ma il non-Museo ha un particolare occhio di attenzione verso il futuro, con isole tematiche dedicate anzitutto alla sicurezza – con la possibilità di sperimentare da dentro la macchina un crash-test, fatelo anche solo ai 13 km all’ora della prova dopodichè non dimenticherete mai più di allacciarvi la cintura di sicurezza! – alle moderne tecnologie che trasformano l’auto in un veicolo altamente sensitivo, e naturalmente alle auto elettriche a ai nuovi propulsori a impatto zero.

C’è persino una installazione composta da due altissimi tubi di stoffa sotto ai quali ci si sdraia per ammirare una interpretazione artistica una idea di inferno e di paradiso della mobilità. Ma per il motociclista il vero paradiso è l’enorme schermo dedicato alle dieci strade più belle del mondo, di cui ben 2 guarda un po’ giusto agli estremi del nostro italico stivale, la serpentina di tornanti che precipita dal Passo dello Spluga a Chiavenna, e l’incantevole periplo della Costiera Amalfitana!

Ma già che siamo in Svizzera, godiamoci le sue di strade, puntando diritto ad alcuni dei Passi più belli che fanno da corona a Lucerna!

La prima meta è originale e ambiziosa, nientepopodimeno che il centro geografico della Svizzera, che di nome fa “Aelggialp”, imbucato in cima a un cocuzzolo che, dopo aver brevemente costeggiato il “Sarner See” (lago di Sarner), raggiungiamo arrampicandoci per un budello di stradina, poco più di una mulattiera asfaltata, che sale immersa fra selvagge foreste.

La guida è avvincente, con buona fortuna non incrociamo nessuno dalla direzione opposta, e la ricompensa alla fine notevole, un ampio spiazzo a 1650 metri di altitudine da cui la vista spazia su montagne e ghiacciai, e anche l’appetito, stimolato dalla avventurosa salita, trova sicura soddisfazione con le zuppe e le salsicce della guesthaus, attrezzata per sfamare i ben più voraci escursionisti giunti qua in cima a piedi.

La prossima bandierina del nostro itinerario è piantata sulla “Panoramastrasse”, un nome che senza bisogno di parlare tedesco è già un programma: ridiscesi a precipizio sulla costa del Sarner See, nel breve tratto prima di incrociare il Lungerer See, all’altezza di Giswil, si sale verso ovest, questa volta per una bella strada larga, con un fondo perfetto e una giostra di curve ampie e veloci.

Salendo tanto dolcemente, possiamo distrarci ad ammirare l’incantevole scenario del lago farsi via via più piccolo e lontano alle nostre spalle, mentre la Panoramastrasse, fedele al suo nome, si insinua fra alte cime tutte tappezzate di fitti boschi di abeti.

Ci accorgiamo di salire di quota solo perché ad un tratto i piedi delle montagne e la valle da cui proveniamo sprofondano in un soffice lago di nubi dense e basse, in cui a volte anche noi penetriamo, perdendo del tutto il video, finchè non riemergiamo fra alte morene, cime aguzze e ghiacciai sullo sfondo.

Il passo è appena segnato da un rustico capanno in cui una deliziosa signorina con bionde trecce vende un ricco assortimento di formaggi prodotti nella fattoria di famiglia, e altre altrettanto adorabili specialità di quelle vette. Mentre le degustiamo una a una cercando di attaccare bottone, ecco comparire la componente maschile della famiglia, di ritorno da una battuta di caccia, con nel carniere un paio di cerbiatti e un giovane cinghiale, al che torniamo a sentire irrefrenabile il richiamo della strada.

Si ridiscende con la stessa disinvoltura della salita, con una marcia piacevolissima, veloce ma rilassata, che consente di apprezzare appieno la bellezza dei paesaggi fiabeschi che ci si svelano innanzi ogni volta che la traiettoria di discesa taglia un nuovo fianco della montagna.

Ma, dopo due percorsi tanto radicalmente diversi come stile di guida, dal misto strettissimo con tratti quasi off-road della mattina al “granturismo veloce” del primo pomeriggio, ora per chiudere in bellezza la giornata ci vuole proprio una bella corsetta per sgranchire il polso destro godendo appieno del bel ritmo dinamico dei passi alpini.

Manco a farlo apposta, sulla via di casa ci si offre un altro passo, il Glaubenpass, verso cui ci dirigiamo decisi; la salita non è affatto male, anzi, ma non appena scollinato capiamo subito che il piatto forte è offerto dal tratto che ci aspetta per la discesa, ed infatti tutti i motociclisti locali che incrociamo ci salutano sfrecciando veloci in direzione opposta alla nostra, godendosi di motore e cambio le traiettorie larghe e rotonde che risalgono la montagna, mentre noi dobbiamo ricamarle più che altro aggrappati ai freni. Vabbè, prendere nota per la prossima volta!

L’itinerario che ci siamo prefissi ci porta attraverso il Cantone di Uri, proprio al cuore della storia di Guglielmo Tell, eroe nazionale, figura mitica cui si riconduce la nascita della Svizzera come confederazione nel lontano 1291. In questa zona le sue gesta leggendarie sono tuttoggi celebrate con spettacoli, festival, musei, monumenti, come la statua che ci sovrasta mentre ci godiamo una fumante tazza di caffè prima di infagottarci nelle tute impermeabili, perché la pioggia, che ieri ci ha risparmiato, oggi pare non volerci fare sconti.

Ed è un vero peccato, perché gran parte della bellezza della salita al Klausenpass dobbiamo cercare di immaginarcela mentre navighiamo attraverso una nebbia che lascia a malapena intravvedere pochi metri di asfalto davanti alla tua ruota.

A farci compagnia solo qualche isolata mucca che, stoicamente immobile sotto le intemperie, con i suoi occhioni ci guarda attraversare, minuscole macchie di colore,  questa liquida sfumata immensità.

Al passo ci aspetta un autentico tempo da lupi, giusto il tempo di scattare per dovere di cronaca qualche foto appena leggibile e subito riprendiamo la via della discesa, più fortunata a dire il vero, perché si aprono squarci sempre più ampi attraverso cui fanno capolino paesaggi idilliaci, la strada si srotola disegnando lunghi zig-zag che culminano in improvvisi tornanti sui fianchi della montagna impervia.

Ma il fondo fradicio ci obbliga a scendere con grande cautela, e ci ritroviamo a valle salutando il Klausenpass con un arrivederci a breve in condizioni più favorevoli!

Sperando in miglior sorte, ci lanciamo come lupi affamati verso la meta successiva, l’ultima prima della fine di questa breve vacanza, una mano di gioco tanto importante che gli abbiamo riservato un bel briscolone! Il “Pragelpass” è un passo alpino aperto al traffico solo nei giorni infrasettimanali, mentre nel fine settimana, zaino in spalla e pedalare! Capiremo presto il perché, ma intanto godiamoci la strada che, deviando a est all’altezza di Glarus, costeggia per tutta la sua lunghezza le acque turchesi del KlontarSee, prima di iniziare ad arrampicarsi verso il massiccio montuoso.

Una rapida sequenza di irti tornanti ci fa velocemente guadagnare quota, ma il senso di vertigine che proviamo non è solo dovuto alla altitudine, perché, aggirata una ulteriore altura, è una autentica meraviglia quella che ci si spalanca innanzi. Circondato da quinte verdissime, incorniciate all’orizzonte dalle cime di lontani ghiacciai, la striscia di asfalto, sempre più sottile, quasi a non voler turbare l’incantesimo circostante, ci introduce a un ondulato altipiano di prati e piccoli boschi, appena punteggiato qua e là da qualche baita isolata o da torrentelli che precipitano in rapide cascate.

E’ un mondo dimentico delle normali dimensioni di spazio e di tempo, e noi che abbiamo viaggiato sinora in formazione compatta e puntuale, assorti in questa magia, senza bisogno di un cenno nè di una parola, sciogliamo le file, ci perdiamo di vista, ognuno completamente libero di godersi intimamente questa esperienza.

Non saprei neppure per approssimazione misurare questo itinerario in chilometri, né di preciso quanto a lungo mi ci sono immerso, alternando brevi tratti al minimo a lunghe soste, seduto sulle pietre bagnate, a respirare a pieni polmoni i profumi della natura e a fantasticare.

Con tutti i miei viaggi, pur questo è un mondo tanto lontano dai paesaggi che ho attraversato nella vita; pensieri e suggestioni si affollano, disegnando mosaici di emozioni in continua evoluzione, ma c’è una fantasia che si affaccia più determinazione, benché puerile è tanto forte che non riesco a trattenerla: il ritornello di un cartone animato della mia infanzia, Heidi che saltella fra i monti, le caprette le fanno ciao, la formidabile gioia di quella bambina che a me, altrettanto bambino, suggeriva l’esistenza di orizzonti diversi e fantastici oltre le mura di casa.

Si, a viaggiare in moto può capitare anche di rispolverare ricordi così lontani, è un rischio che bisogna accettare.

Ad un tratto ci ritroviamo su un bel balcone sul ciglio della strada, è palese che il passo è alle spalle, e si sta per tornare alla realtà, ma nessuno rompe il religioso silenzio, a parte Willem, per una breve frase di cui catturo il suono di una sola parola, “remoteness”, remoto, sentimento di remoto, sono assolutamente d’accordo, è quella che meglio dipinge il percorso appena compiuto.

Ne parleremo più tardi, in albergo, per accenni, arrivando rapidamente a concordare che, dei tanti passi mete di questo nostro itinerario, tutti molto belli, per ognuno di noi il preferito è senza dubbi il Pragel.

Vabbè, è il caso di mettersi in moto, anche perché ieri sera me ne è successa una delle belle; chiacchierando con il proprietario dell’albergo, che non per caso è pure lui un motociclista, ovviamente siamo finiti a parlare di due ruote -è un appassionato di moto tricolori, e di altre peculiarità del nostro paese, ricordatemi di parlarvene alla prima sosta!-, e quando ha saputo che sono nato e cresciuto a Bologna, fa un salto sulla seggiola e grida “Ducati!” come se io fossi l’Ingegner Taglioni redivivo!

Ormai, dopo parecchi brindisi insieme, siamo in grande intimità, e posso confidargli uno dei miei più gelosi segreti: “Ducati si, va bene, ma per me numero 1 al mondo è sempre e solo la Moto Morini 3 e ½”. Il satanasso conosce bene pure quella, e anche lui un po’ ciucco mi svela che la moglie possiede una Honda 250 bicilindrica a V che gli assomiglia molto, e si offre di prestarmela!

Wow, grazie, non mi tiro certo indietro, questa moto in Italia praticamente non esiste, e mi hanno sempre dannatamente incuriosito quei Varadero in miniatura, con lo stesso propulsore, che incontravo in giro per l’Europa.

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