Un evento, un’amicizia, una passione comune: la mia visita alle Manifatture Sigaro Toscano di Lucca
Ricordo un tempo – e molti altri lo ricorderanno – in cui si fumava dappertutto. Si fumava nei cinema, dove il fascio di luce sembrava disegnare sulle “nebbie” le immagini del cinegiornale. Si fumava nei bar e nei ristoranti, sui treni, sugli aerei e, mi pare, finanche nelle corsie degli ospedali. Poi arrivò finalmente la legge Sirchia sul divieto di fumo nei locali pubblici, che fu inaspettatamente rispettata da subito da tutti. Dobbiamo dirlo: ne avevamo pieni i “polmoni”.
Ricordo che al ritorno da una serata in qualche locale praticamente tutto quello che indossavo puzzava terribilmente di fumo e necessitava di un accurato lavaggio. Per non parlare dei frequenti mal di gola, che spesso mi facevano desistere da invitanti serate musicali. I treni erano per metà dedicati ai fumatori e, se per esigenze di viaggio si finiva in una di quelle carrozze, si subiva per magari dieci ore un trattamento da camera a gas.

Il mio rapporto con il fumo è sempre stato quindi complesso. Sono uno dei pochi della mia generazione che non si è mai fatto le canne, più che per questioni etiche, morali o legali, semplicemente perché non mi è mai riuscito di mandare giù il fumo. Devo anche aggiungere che non mi è mai sembrato interessante utilizzare alcuna sostanza per aumentare la mia scioltezza relazionale. Mi sono sempre considerato un po’ come Obelix, cioè caduto nella pozione da piccolo, e non come Asterix, che deve prenderla ogni volta.
Il mio primo sigaro
Ricordo però bene il mio incontro con i sigari, che risale esattamente al 1978, in Spagna, dove per strada era facile imbattersi in sigaraie che vendevano sigari sciolti. Prima di allora avevo fumato qualche volta la pipa, anche per assumere quell’atteggiamento un po’ intellettuale che, all’epoca, risultava piuttosto attrattivo per le femmine della nostra specie. Un altro incontro fulminante avvenne a Cuba nel 1999, dove apprezzai i celebri sigari cubani, soprattutto il Cohiba Robusto, che scoprii essere tra i preferiti da Fidel Castro.
L’amore per i toscani nacque invece nel 2003, quando fui chiamato alla vicedirezione di Mototurismo. Io e il mio direttore, Tiziano Cantatore, a fine giornata, quando il resto della redazione andava a casa, restavamo a fumarci un toscanello, facendo progetti o anche solo disquisizioni accademiche: dalle cose più banali ai massimi sistemi. Erano momenti magici.
Col tempo ho capito che per me esistono quattro condizioni per la fumata perfetta: essere seduti comodi, avere un buon cicchetto, qualcuno con cui fare due belle chiacchiere e un bel posto attorno. Questa è la fumata ideale. Ma se non esistono almeno due di queste condizioni, a partire dall’essere seduto, difficilmente mi vedrete con un sigaro acceso. Per me fumare è un momento rilassante, uno stravizio, un tempo dedicato a me stesso. Sono ben lontano dalla compulsività dei tossicodipendenti da nicotina: se non ci sono le condizioni, posso passare anche mesi senza toccare un sigaro. Ma quando scatta il momento sigaro, questo deve essere toscano. Perché per me… tutto il resto è noia.

Una ghiotta occasione
Questa lunga – e forse noiosa – premessa serve a raccontare la felicità che ho provato nel visitare le Manifatture Sigaro Toscano (MTS) di Lucca, visita perorata dal collega Patrizio Nissirio, con cui la fraterna amicizia è nata proprio grazie alla comune passione per i sigari toscani.
L’occasione è stata l’evento che ha visto l’Antico Toscano, uno dei sigari più famosi della MTS, essere iscritto nel Registro dei Marchi Storici di Interesse Nazionale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Ci siamo quindi inoltrati nello stabilimento lucchese guidati da Matteo Roscioli, master blender dell’azienda, che ci ha condotti nel cuore della produzione. Dagli stabilimenti di Lucca e Cava de’ Tirreni escono circa 250 milioni di sigari all’anno, prodotti con metodologie maturate in oltre due secoli di storia, a partire dal leggendario e casuale episodio che vide a Firenze una partita di tabacco bagnata da un improvviso acquazzone.

Ciò che avvenne dopo è mito e leggenda al tempo stesso: una naturale fermentazione, un’essiccazione forzata o chissà cos’altro diedero ai sigari prodotti a Firenze un gusto particolare che ne decretò un immediato successo. Un po’ di questa e di molte altre storie legate ai sigari si possono trovare nel libro Il Sigaro di Patrizio Nissirio, acquistabile anche su Amazon o nelle peggiori librerie di Caracas.

Ma torniamo ai processi produttivi e alla Visita alle Manifatture Sigaro Toscano
Il tabacco dei sigari toscani è del tipo Kentucky. Le foglie raccolte al momento giusto vengono affumicate dai coltivatori italiani e americani con un processo che varia dai quindici giorni a un mese. È uno dei passaggi fondamentali che conferiscono ai sigari toscani l’intenso sapore che li contraddistingue.
Arrivate negli stabilimenti, le foglie vengono immerse per circa trenta minuti in acqua e poi lasciate sgocciolare per circa ventiquattr’ore. Vengono quindi caricate in grossi cassoni chiamati marnoni, dove fermentano per 15–30 giorni, venendo rigirate ogni tre o quattro giorni. Successivamente vengono essiccate e messe su linee di battitura per separare i legni dalle foglie.
La parte interna dei sigari toscani può avere tre tipologie di foglie: short filler per i sigari fatti a macchina, medium filler per quelli fatti a mano e long filler per poche tipologie, come il Moro.
I macchinari per la realizzazione dei toscani richiedono sempre la presenza di un operatore, rendendo quindi i processi solo parzialmente meccanizzati. Queste macchine, che ci è stato cortesemente chiesto di non fotografare, possono essere totalmente analogiche oppure dotate di parziali controlli elettronici. In ogni caso, proprio per le caratteristiche produttive, ogni toscano è diverso dall’altro, cosa che accresce il fascino anche dei prodotti di fascia più bassa.
I sigari fatti a mano
Nel reparto dei sigari fatti a mano si entra in contatto con le sigaraie, personale altamente competente che realizza i sigari più prestigiosi. Dalle chiacchiere con queste abili signore – capaci di produrre fino a 500 sigari in un turno di lavoro – è emerso l’orgoglio di creare prodotti destinati a momenti di relax e piacere, ma anche di appartenere a una categoria che ha contribuito alla nascita di importanti diritti del lavoro. Proprio nelle manifatture del tabacco nacquero infatti, molte innovazioni e alcune delle prime forme di welfare aziendale, come gli asili all’interno delle fabbriche.


Che sia fatto a macchina o a mano, a questo punto il sigaro è solo a metà della propria realizzazione. A differenza di altri sigari, il toscano entra ora in una delle fasi più importanti della produzione: la stagionatura, che può durare dai sei ai diciotto mesi. Devo dire che la produzione dei sigari toscani mi ha ricordato, per certi aspetti, quella del vino. Molte sono le fasi che li accomunano: entrambi nascono dalla terra, entrambi attraversano una fermentazione, entrambi richiedono lunghi tempi di maturazione. Come il vino, anche il sigaro è un piacere da gustare con moderazione e senza fretta. I sigari toscani sono venduti principalmente in Italia, ma da tempo la richiesta sta crescendo anche in paesi come Germania, Spagna, Turchia e Stati Uniti.
Il momento celebrativo ha avuto apice nella serata presso Palazzo Pfenner, una splendida residenza storica all’interno delle mura di Lucca, con lunghi momenti conviviali e lunghe fumate nel loggiato. Un buon bicchiere, belle chiacchiere e un toscano…what else?



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