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Le ombre del Marocco – Seconda parte

Prosegue il viaggio in moto di Marco e Paola lungo le terre assolate del Marocco, in un percorso che parte da Meknés, tocca Ifrane, Beni Mellal e, in questa seconda tappa, si ferma a Marrakech

Testo di Marco Ronzoni

Foto di Paola Bettineschi

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Meknés – Ifrane

Bastioni, mura, porte, per uno sviluppo totale di oltre quaranta chilometri. Meknés è tutto questo. E’ un piacere ritrovare il suggestivo percorso tra le due ali di possenti pareti merlate che circondano parte della Medina e della Kasbah, proteggendo la Grande Moschea, il Palazzo della Medersa Bou Inania (la scuola coranica) ed i souks suddivisi tra le varie attività che vi si svolgono. Infondono una piacevole sensazione di sicurezza che credo sia la stessa che provavano gli antichi abitanti della città vecchia chiusi al suo interno. Ma il tempo non basta mai, costringendoci nostro malgrado a lasciare Meknés ancora una volta senza averla veramente vissuta e continuare a scendere verso sud-est.

Superata El Hajeb, lasciamo la statale N13 per imboccare la gialla R707 per Ifrane, una delle più “strane” città marocchine. Il suo passato si riconosce a prima vista, retaggio delle origini francesi del primo grande insediamento di inizio novecento. La particolarità della città, posta a 1650 metri di altitudine, sono le ben note case con tetto spiovente, caratteristica oltre che architettonica anche pratica viste le abbondanti nevicate che caratterizzano la zona nei mesi invernali. Ifrane è ricca, immersa nel verde e con un’enorme residenza estiva reale proprio nel centro. Ad attenderci ed ospitarci c’è Fatima, una cara amica che vive e lavora in Italia e che in questi giorni è qui per passare un paio di settimane con i genitori e, con nostra sorpresa, per sposarsi con Omar, infrangendo la tradizione che vorrebbe matrimoni tra cugini. Le nozze sono un semplice contratto firmato dalle parti seguito da una festa che dura un giorno intero in cui i due coniugi novelli vengono circondati da parenti ed amici. La sposa cambia abito almeno quattro volte, seguendo una cerimoniosa sequenza di colori legati ognuno ad un particolare significato, e si sottopone al rituale dell’henné col quale le viene decorato il corpo. Fatima ed Omar si sono sposati qualche giorno fa presso Agadir, la città natale dello sposo, e festeggeranno settimana prossima in un locale di Fes. Purtroppo il nostro serrato programma di viaggio non ci permetterà di partecipare e ne siamo davvero dispiaciuti. L’ospitalità di Fatima e della sua famiglia è perfetta. Come da copione, pranziamo con cous-cous e ceniamo con tajine di pollo, sorseggiando nelle pause un ottimo te alla menta. Dopo cena partecipiamo ad una festa dove musicisti berberi nei tipici vestiti bianchi con copricapo giallo cantano poesie accompagnati dal ritmico suono dei “bendir”, tamburi in pelle di capra.

Ifrane – Beni Mellal

Lasciamo Ifrane di buon mattino. Bellissima la strada che sale al passo Tizi-n-Tretten a quasi 2000 metri e che poi sfila Michliffen, località sciistica all’interno di un cratere vulcanico. Intercettata la statale che va da Azrou a Errachidia, la seguiamo per pochissimi chilometri per poi lasciarla ed inoltrarci in uno sterrato che porta verso le montagne del Medio Atlante e le macchie della Foresta dei Cedri. Nessuna indicazione e benzina un po’ scarsa ci fanno tentennare nella decisione ma in breve ci lasciamo trasportare dalla moto ed inizia la prima vera avventura “off-road” del viaggio.

Un grosso furgone ciondola paurosamente sulle buche della pista avvicinandosi a noi. Sul tetto qualcuno ha ricavato una sorta di recinto dove sono state caricate delle pecore i cui escrementi hanno dipinto la carrozzeria come un camper hippie che sta andando a Woodstock. Altre pecore sono assiepate all’interno, per un totale di 42. Tre uomini che condividono lo spazio con gli animali ci assicurano che quella è la direzione giusta verso Ajabo o Ain Leuh ma ci informano con eloquenti gesti che non sarà un’autostrada. Ci attende una pista polverosa e sconnessa, spesso cosparsa di pietre e sassi dai bordi taglienti che mettono alla prova la mia guida e gli pneumatici. Profonde buche ed avvallamenti testimoniano che durante la stagione invernale si formano pozze di fango insuperabili. Scenari magnifici scorrono su ampie distese di pascoli nei quali vagano decine di greggi di pecore che spesso invadono la pista. Il profilo peloso dei monti all’orizzonte preannuncia l’attraversamento della Foresta. La moto procede con passo costante e ci conforta nella decisione presa, mentre i chilometri ed il tempo passano. Le abitazioni, semplici accampamenti, si possono contare su una mano. Così come le persone, tutti pastori, che ci salutano con calore. Incontrare queste rare presenze umane ci offre l’occasione per chiedere conferme sulla giusta direzione. E’ forse solo un pretesto per avere un contatto con uomini così diversi, reminescenze viventi delle popolazioni nomadi che hanno fatto la storia del Marocco, uomini che non parlano né arabo né francese ma solo dialetti che sprofondano nelle proprie origini. A gesti riusciamo qualche volta a intendere confuse indicazioni nascoste tra espressioni imbarazzate e sorrisi genuini, che teniamo per noi a riprova di quanto ci suggerirà l’intuito.

Il caldo sta diventando pressante ed i nostri “Camel-Bak” stanno già facendo gli straordinari. La pista attraversa pianure assolate per poi salire su alti colli dove la fresca ombra dei cedri ci dona sollievo ma trattiene umidità che rende oltremodo viscido il terreno. Macachi, volpi e scoiattoli attraversano la pista davanti a noi come per sfidarci, per poi rifugiarsi prudentemente ed in fretta sugli alberi o tra i cespugli, lontani da quella strana creatura gialla e rumorosa. In prossimità di un pozzo troviamo tre uomini. Stanno cavando acqua che riempirà i grossi bidoni di plastica che pendono dai basti sui fianchi di due asinelli per essere trasportata al proprio accampamento. Sembrerebbe una scena fuori dal tempo, se non fosse per il ritmico borbottare del motore della nostra moto e per il cellulare che spunta dalle mani di uno dei tre. Pare manchino ormai pochi chilometri alla “bonne route” e confesso che un po’ ci dispiace. Avevamo trovato una piacevole sintonia con la terra ed il lento procedere immersi nella natura. Le soste che ci siamo concessi sono servite a respirare, annusare ed ascoltare questi momenti. Spegnere il motore era un gesto di rispetto verso questi luoghi. Avessimo avuto tempo ed equipaggiamento credo che avremmo scelto di passare la notte nella foresta, decisione che Paola ed io avremmo preso senza nemmeno discuterne. Sarà per la prossima volta.

Improvvisamente la pista termina incrociando una stretta strada malamente asfaltata dove vagano mucche solitarie. La seguiamo verso nord. Il fondo è così sconnesso che ci fa rimpiangere la terra appena lasciata. Arrivati ad Azrou, facciamo rifornimento e ci ristoriamo con te alla pesca e barretta energetica. Abbiamo percorso un itinerario a forma di goccia sotto Azrou che se anche non ci ha portati a sud ci ha di certo regalato ricordi indimenticabili. Circondati da coltivazioni di cereali e frutta raggiungiamo Mrirt da dove deviamo verso le sorgenti dell’Oum-er-Rbia, il fiume più lungo del Marocco.

La strada sale rapidamente e raggiunge un altopiano color ocra intenso ad oltre 1700 metri di altitudine. Il panorama spettacolare prosegue poi scendendo lungo bruschi tornanti. Al bivio per le sorgenti teniamo la destra in direzione di Kenifra, distante circa quaranta chilometri. Asfalto pessimo si alterna a tratti sterrati tra paesaggi dai colori incantevoli. Profumi di olive e di miele pervadono l’aria. Una breve sosta per uno spuntino tra le case rosso carminio di Kenifra, poi Kasba Tadla “famosa” per la presenza di un ponte a dieci arcate che non vale nemmeno il tempo perso per trovarlo. Gli ultimi chilometri verso Beni Mellal sono piuttosto anonimi, su rettilinei infiniti. Fa sempre più caldo, con temperatura da forno per la pizza. Beni Mellal, tappa serale di oggi, è una città moderna celebre per le sue arance e abitata da gente che non sa nemmeno dove vive…

Beni Mellal – Marrakech

Il bel “borj” di Ras El Ain, una torre fortificata in pietra ed argilla, si erge in un punto strategico e panoramico offrendo spunto per salire un breve tratto di strada e godere della calda luce del primo mattino che contrasta i colori ed allunga le ombre su tutta la città e sulle ordinate coltivazioni di arance, cereali e olive che la circondano. In un piccolo spiazzo ombreggiato diverse donne stanno intrecciando lunghi fili tesi come corde di violino, facendo ruotare ritmicamente con i palmi della mani dei fusi appesi ad una struttura artigianale. Sono fili argentati con cui vengono decorati gli abiti tradizionali. Alcune si lasciano fotografare, altre si nascondono vergognose.

Lasciamo Beni Mellal abbandonando presto la statale verso sud e deviando su una magnifica e serpeggiante strada che sfila Afourer per poi costeggiare una sponda del grande lago artificiale creato dalla diga di Bin El Ouidane, che fornisce acque d’irrigazione alle coltivazioni della piana di Tadla ed energia elettrica a buona parte del Paese. Ormai l’Alto Atlante è alle porte. Ecco Azilal, oltre il quale si sale alle cascate d’Ouzoud, una delle maggiori attrazioni turistiche del Marocco, che si raggiungono in breve. La moto riposerà per un po’ sotto le piante di un parcheggio sterrato dove alcune famiglie marocchine, approfittando dell’ombra, hanno montato una sorta di piccolo accampamento.

La strada giunge al sito nella sua parte più alta. Per visitare le cascate bisogna scendere a piedi su sentieri sterrati che portano al punto più profondo del canyon scavato dal fiume Wadi El Abid le cui acque, di un suggestivo color cioccolato causa la pioggia caduta la notte scorsa sulle montagne, precipitano rimbalzando per oltre cento metri su balconi naturali di roccia. La fresca ombra di fichi e carrubi concede sollievo alla lunga scarpinata che dovrà poi proseguire in salita su centinaia di gradini. Il caldo e la fatica suggeriscono di portarsi una buona scorta d’acqua perché per una visita piuttosto veloce servono almeno un paio d’ore. L’impegno verrà comunque ripagato dalla bellezza del luogo; snobbarlo solo perché è meta di turismo di massa sarebbe un peccato. Raggiunta faticosamente la moto, troviamo che il parcheggiatore l’ha coperta con un tappeto per ripararla dal sole che nel frattempo era arrivato a riscaldarla. Direi che il tipo si è guadagnato la mancia… Rieccoci in sella, diretti verso la celebre Marrakech continuando su questa strada secondaria che, superata Demnate, diventa in vero monotona ma ci permette di viaggiare piuttosto spediti. Sostiamo per una foto davanti a cartelli stradali scritti in arabo, innescando la curiosità di un gruppo di ragazzi. Solo un pastore, con la sua jellaba bianca, il cappello di paglia a tesa larga ed il suo gregge, sembrano totalmente indifferenti alla nostra presenza.

Marrakech. Caotica, trafficata e poco comprensibile. Ma pur sempre Marrakech. Fondata nell’XI secolo, ha rivestito un ruolo così importante da dare nome alla Nazione. Si presenta già da chilometri di distanza con l’inconfondibile sagoma del minareto della sua grande Moschea che svetta all’orizzonte. L’abbiamo già visitata in diverse occasioni, ma non riusciamo a non dedicarle un’altra serata. Trovare un alloggio non è facile. Il fine settimana ha riempito molte sistemazioni, costringendoci ad accettare un mini appartamento che fa sobbalzare il nostro budget. Un “Taxi vert”, il tipico taxi verde, ci accompagna in Place Jemaa El Fnaa, simbolo della città e Patrimonio Unesco dell’Umanità. Anche se straripa di gente, anche se è un grande spazio poco armonioso, anche se forse ha perso il fascino di un tempo, resta comunque una straordinaria finestra sulla vita di Marrakech. Di giorno è un semplice mercato ma dopo il tramonto si riempie di attività, trasformandosi in un luogo incantato che da solo ripaga un viaggio in Marocco. Decine di braci diffondono il profumo di carni alla griglia miste al fumo ed alle fiamme che da esse si sprigionano, ordinate montagne di arance attendono di essere spremute, tè bollente aromatizzato da menta e spezie scende dai rubinetti di cilindrici contenitori di rame. E molto altro.

Giriamo un po’ nel caos, rimbalzando colorite proposte di cene, henné ed acquisti vari. Ci piacerebbe tanto capire cosa stanno raccontando i cantastorie a decine di persone raggruppate intorno ad essi. La piazza è posta in affaccio ad una delle porte d’accesso alla città vecchia che ospita souks tra i più belli del Paese. La vicina Moschea Koutoubia è una delle opere musulmane più grandi del mondo occidentale, con una sala della preghiera che può ospitare fino a ventimila fedeli. Il suo splendido minareto di settanta metri, illuminato da suggestive luci gialle, è l’edificio più alto della città. Peccato che la vista che si gode dalla sua sommità sia dedicata ai soli musulmani…

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