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Waterworld: viaggio al Delta del Po

Un annunciato week end di sole inaugura la stagione motociclistica. Niente mare, né Alpi; la meta ideale è il Delta del Po.

Testo di Marco Ronzoni. Foto di Paola Bettineschi

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Siamo in primavera, quasi alle porte con l’estate, ma stagione invernale fa fatica a lasciare posto al bel tempo. La moto riposa da qualche tempo, saltuariamente svegliata per brevi giretti, tanto per muoverne le ruote ed appagare la voglia di guidare. Un annunciato week end di sole è però sufficiente ad animare il desiderio di inaugurare la stagione motociclistica e togliere la ruggine alle nostre schiene. Destinazione? Perché non portarci verso il mare? Ma no, è troppo scontato. I passi alpini? Ancora troppo presto. E allora? Paola riesuma una vecchia meta: il Delta del Po. Perfetto.

Non serve un rigido road-book ma solo la voglia di guardarsi intorno ed improvvisare, vagando soprattutto su strade secondarie. Un’occhiata alla cartina basta per inventarsi un itinerario di massima all’interno dell’enorme area che ospita gli ultimi respiri del nostro Grande Fiume prima di gettarsi nell’Adriatico e gli innumerevoli canali artificiali costruiti dall’ingegno e dall’operosità dell’uomo, una ragnatela di vie navigabili che disegna un mondo che è più acqua che terra. Quasi 54.000 ettari di superficie identificano la più estesa zona umida d’Italia, storico teatro di bonifiche ed inondazioni, meta delle migrazioni degli uccelli tra Africa ed Europa e luogo di riposo delle specie di avifauna stanziale, ricco territorio pescoso suddiviso tra due Regioni, Veneto ed Emilia-Romagna, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Non basta?

Autostrada Mi-Ve fino a Verona, poi la Transpolesana fino a Rovigo (attenzione ai limiti…) e poco dopo eccoci ad Adria. Da lì inizia il divertimento. Il Po, dopo aver percorso oltre 650 km e prima di fondersi con le acque dell’Adriatico, si divide in diversi rami che prendono nome dalle varie “valli” che attraversa e che dovremo scavalcare in continuazione, in un balletto di strade una più bella dell’altra. Iniziamo scendendo verso sud e saltando dapprima il “Po di Venezia” su un ponte che sarà la massima quota altimetrica raggiunta (…!…) e poi il “Po di Goro”, che definisce i confini interregionali. Grandi abitazioni rurali, ora abbandonate si susseguono alternandosi a vasti pioppeti, sabbioni e campi coltivati.

Eccoci a Mesola, piccolo centro con un bel castello estense a quattro torri merlate risalente al 1586, originariamente residenza di caccia del Duca Alfonso II d’Este. Non lontano si estende il “Boscone della Mesola”, area protetta, residuo del vasto complesso di foreste litoranee che nel medioevo arrivava fino alla foce del Tagliamento, ancor oggi popolata di cervi.

Lungo solitari viali alberati seguiamo per il “Po di Goro”, il ramo più meridionale del delta, con una doverosa ed ammirata sosta presso la Torre Abate, stupendo esempio di architettura del XVI secolo, nata come opera idraulica e diventata successivamente luogo di controllo e difesa. Si presenta come un piccolo castello edificato sopra una sorta di ponte a cinque arcate con chiuse che regolavano il deflusso delle acque, preludio ad un placido laghetto palustre oggi meta di escursioni.

Costeggiamo il “Po di Goro” fino a Goro e poi Gorino, animati porti di pesca, seguendone gli alti argini eretti a protezione del territorio più basso del livello delle acque. Rientrati in Veneto grazie ad un ponte di barche a pedaggio che si percorre a passo d’uomo su rumorose tavole di legno, scendiamo fino alla Bocca del “Po di Goro” per poi risalire lungo il “Po di Gnocca” che attraversiamo su un altro ponte di barche per raggiungere Gnocchetta e da lì la “Sacca degli Scardovari”, una stretta baia ricca di orti di vongole e cozze di cui se ne segue il perimetro lungo una stupenda strada.

Canneti e “cavane”, le tipiche casette su palafitte costruite dai pescatori, si alternano lungo il percorso. Sfiliamo il “Magazzino del Riso”, i ruderi di una solitaria costruzione semisommersa rimasta a testimonianza dei disastri degli anni ’50-’60, ed iniziamo a lambire gli argini del “Po delle Tolle” per risalire verso nord.

Nel paesino di Tolle riattraversiamo il “Po di Venezia” ed arriviamo a Pila. La strada, un cul-de-sac che termina con la vista di un faro posto sul punto orientale più estremo del territorio del Delta, sembra un lunghissimo molo che divide il “Po della Pila” dalle sacche d’acqua della laguna che si estende verso Boccasette. A Pila è anche possibile acquistare direttamente dai pescatori vongole, cozze, alici, sarde, seppie, cannocchie e calamaretti.

Torniamo sui nostri passi fino a Cà Zuliani e costeggiamo la sponda settentrionale del “Po di Venezia” fino a Porto Viro, la nostra tappa serale. La strada è costellata dalla presenza delle numerose case rurali tipiche della tradizione veneta, costruite in mattoni pieni e con le caratteristiche canne fumarie esterne degli immancabili camini.

 

L’indomani ci portiamo subito verso la parte meridionale del nostro piccolo tour nel Delta. Quindi, passata Mesola, lasciamo la Romea o Statale 309, indicata anche come E55 e, dopo aver superato l’ennesimo “Po di Volano” su una bella strada secondaria, arriviamo a Lido di Volano, inizio della serie dei sette famosi luoghi di villeggiatura emiliani dell’area detta “Lidi di Comacchio” che terminerà a Lido di Spina. La strada segue l’alto terrapieno che divide le acque delle due valli di Bertuzzi e di Volano. Sfilano sotto le nostre ruote in rapida sequenza Lido delle Nazioni, Lido di Pomposa, e Lido degli Scacchi.

 

Raggiunto Porto Garibaldi, bella località turistica così chiamata a ricordo dello sbarco del famoso eroe risorgimentale, non resistiamo alla tentazione di una piccola pausa in spiaggia, approfittando del bel sole che la scalda. A poche decine di metri dalla riva si staglia una delle postazioni di pesca con le tipiche reti a bilanciere, mentre un peschereccio si avvicina all’imbocco del porto-canale.

Lasciamo poi la costa per avviarci verso la vicina Comacchio, perla della zona celebrata da Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata e da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso, pluridecorata al Valor Militare per meriti di Guerra ed oggi famosa per le sue anguille. Comacchio merita certamente una visita. È piacevole vagare lungo i canali che la attraversano, percorsi dalle tipiche imbarcazioni e scavalcati da caratteristici ponti in pietra e mattoni che ci ricordano immediatamente Venezia.

Il fulcro architettonico della città è rappresentato dal complesso dei “Trepponti”, seicentesca costruzione con cinque ampie scalinate sormontate da due piccole torri, dal Duomo con la Torre Campanaria dal bianco basamento in pietra e da palazzo Bellini.

Riprendiamo poi il percorso verso sud, percorrendo la bella strada che costeggia l’Argine Agosta che delimita la laguna interna delle Valli di Comacchio fino ad Anita. Tra frutteti e verdissime coltivazioni, di fatto termina il nostro primo fine settimana in moto.

Raggiungere Argenta e poi Ferrara ci proietta in breve verso casa.

Dove dormire:

Locanda Ristorante Sette Mari” di Porto Viro (Ro) via Pirandello 1 – tel. 0426.324512 – 335.5858184 – info@locandaristorante7mari.it – www.locandaristorante7mari.it – chiuso il mercoledi.

Struttura moderna ed accattivante con un ampio parcheggio interno. Personale molto cordiale. Le camere sono spaziose e pulite, arredate con gusto. Il ristorante, impreziosito da enormi vetrate, è specializzato in pesce sia della cucina tradizionale che alternativa. Ottima anche la cantina dei vini. Colazione a buffet.

Dove mangiare:

Ristorante alla Chiesetta”di Porto Levante (Ro) , piccola località alla foce del “Po di Levante” a circa 10 km da Porto Viro – tel. 0426.666085 – 338.8806384 – ristochiesetta@libero.it – chiuso il lunedi

Struttura semplice ma molto accogliente con personale gentile ed ospitale, ottima cucina e servizio puntuale. Uno dei più apprezzati locali della zona, offre specialità di pesce sempre freschissimo con proposte stagionali come le “moleche”, gustosissimi granchi della laguna veneta che durante la muta primaverile (aprile-maggio) e autunnale (ottobre-novembre) perdono il duro carapace e si presentano insolitamente tenerissimi. Pare che questo sia un piatto tipico unico al mondo.

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