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La pioggia, la confortevole auto e un latente senso di colpa

di Flavio Carato

La pioggia batte sul tetto della mia station-wagon, la radio passa musica rock che fa battere ritmicamente le dita sul volante.
L’abitacolo è caldo, ben climatizzato e comodo, sul sedile la borsa riposa con tutto a portata di mano e senza vincoli di spazio.
La visibilità è ottima, i tergicristalli spostano l’acqua che cade scrosciando sul parabrezza, cosa volere di più.
Perché bardarsi con pantaloni e giacca impermeabili, stivali in Gore-tex o altri sudditi di pari impermeabilità quando basta chiudere una portiera per stare al caldo e all’asciutto?
Perché litigare con una visiera che magari non si appanna perché dotata del “mitico” pinlock, ma che rigagnoli di acqua rendono meno trasparente e capace di produrre riflessi quando i fari colpiscono le gocce come piccoli prismi.
Se poi portate come me gli occhiali il fastidio aumenta in maniera inversamente proporzionale alla temperatura.
Poi ho una certa età, meglio pensare alla salute.
Chi me lo fa fare? Meglio salire in auto e chiudere fuori dal finestrino le avversità atmosferiche.
Macchina sia, bello scorrere sulle strade bagnate senza il timore di scivolare su insidiosi tombini o strisce di vernice, molto meglio le quattro ruote.
Considerazioni che mi faccio ogni volta per giustificare la scelta che mi ha fatto scegliere la via più facile, quella della pigrizia, ma anche quella che si scontra immediatamente con l’essere motociclista convinto.
Basta vedere un “collega” incurante di Giove Pluvio e il rimorso cresce, se poi dopo un’ora avete percorso circa 10 km imbottigliati in un serpentone di “sardomobili” la sensazione di aver fatto una cazzata cresce.
Mi sento un traditore del motociclista che è in me.
Ok, la prossima volta uso la moto!

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