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La moto, il cinghiale e il jolly: un racconto quasi del terrore

di Kiddo

Un mercoledi mattina come tanti altri, l’aria già calda e umida di un altro giorno di fine luglio in cui percorro la solita strada che mi porta al lavoro. Almeno d’estate posso prendere la moto, e se il viaggio con partenza alle sette poco dopo l’alba non riesce neanche a svegliarmi, tanta è l’abitudine a percorrere i soliti venti chilometri, benché di una bella strada ricca di curve, la sera all’imbrunire è un sollievo lasciarsi cullare dalla moto che dondola piacevole, stanco ma contento di tornarmene a casa.

I pensieri, come le ruote della moto, girano da soli, e anche la moto, in sintonia col mio corpo, si muove in automatico. Ormai conosco le traiettorie, i movimenti sono registrati e non ho neppure bisogno di formularli in pensiero consapevole. Forse proprio per questa abitudine alla strada che neanche mi accorgo che sto andando forte, forse troppo, forse non ho neanche appieno, nella strada deserta, la consapevolezza di quello che mi sta succedendo attorno, una delle regole fondamentali che insegnavamo ai nostri corsi di “guida sicura” che già dal nome sembra una contraddizione in termini. Non so neanche cosa devo fare per prima cosa appena rientro in laboratorio, se c’è del materiale da consegnare, telefonate da fare, qualcosa da rifinire, da iniziare.

Dai fra poco ci siamo, il divertimento di questi pochi chilometri per arrivare al lavoro sono esauriti. All’improvviso un’ombra, mi pare, un lampo nero, scuro, sul muro alla mia sinistra a un metro e mezzo di altezza. Neanche il tempo di realizzare che l’ombra non era il frutto degli occhi ancora insonnoliti, ma un cinghiale adulto che, senza nessun rispetto per le regole del codice stradale, attraversa lontano dalle strisce, portandosi dietro tutta la numerosa prole, in fila indiana, senza guardare se stessero sopraggiungendo veicoli.

Una grossa cinghiala, non riesco neanche a contare quanti cinghialini dietro e io che sto arrivando a velocità troppo alta, quasi impossibile frenare. Ci provo lo stesso, ormai rassegnato a cadere, investendo almeno un paio di animali grandi circa come piccoli cani. Sono attimi, lampi, velocissimi, in cui una miriade di pensieri si affacciano, tutti razionali, precisi come bisturi. So come potrei cascare, cosa dovrei fare, quale freno usare, e sono rassegnato perché so che sta per accadere. Sono pronto al dolore, a vedere la moto distruggermisi intorno, forse travolgendomi nella caduta. Come durante l’ultima brutta caduta in pista, in cui mi ricordo che sentivo la moto capriolarmi addosso, la mia panciata a terra che mi procurò una bella ecchimosi al basso ventre, la consapevolezza che l’avrei rivista in mille pezzi, il dolore all’anca sempre più forte, la ruota posteriore che finisce di girare strusciandomi sulla visiera del casco. Allo stesso modo in quei pochi istanti, la scena che il mio cervello riesce a vedere come se fosse all’esterno, come se potessi vedermi da fuori non è dissimile, solo molto più tragica.

Non ho neanche il tempo di frenare efficacemente, la ruota inchioda e neanche l’ABS, che non ho voluto mettere, sarebbe servito a molto, a una distanza così ravvicinata. Centro uno dei cinghialini, travolgendolo. Il corpo della povera bestia mi blocca la ruota davanti, lo sterzo si chiude all’improvviso, io cado in avanti. Il cinghialino agonizzante rimane incastrato, ed è solo quando riesco finalmente ad arrestarmi qualche decina di metri più avanti che lo vedo scalciare, sanguinante. Io ovviamente non indosso protezioni, paraschiena, ed ho solo il casco jet che uso d’estate. Non so ancora che cosa ho di rotto ma riesco a muovermi a malapena, sperando che arrivi una macchina con qualcuno che possa chiamare un’ambulanza, ma la mia posizione, dietro una curva su una strada molto veloce non è delle più rassicuranti.

Pezzi della moto sono sparsi un pò dappertutto, almeno lei non ha infierito investendomi, penso, mentre vedo dalla direzione dell’incidente arrivare qualcuno. Evidentemente è passata una macchina, si è fermata e neanche me ne sono accorto, qualcuno è sceso per darmi soccorso. La sagoma che si avvicina molto velocemente però non ha granché di umano, anzi si muove su corte zampette e rimane molto scura, anche avvicinandosi. Finalmente, solo quando arriva a pochi metri da me, capisco che non è una persona che mi sta venendo incontro, né ha intenzione di prestarmi soccorso. E’ la cinghiala che, infuriata, sta per attaccare la bestia che ha travolto e ammazzato il suo cucciolo. Non ho la forza, neanche data dalla paura e dalla disperazione, di fronteggiare l’attacco del grosso animale, che affonda le zanne nelle mie gambe escoriate per la caduta, probabilmente paralizzate da qualche frattura. Nessuno arriva in tempo per darmi soccorso, scacciare l’animale inferocito, chiamare un’ambulanza. Rimango lì a terra, agonizzante, sperando solo che la bestia finisca presto la sua vendetta, e arrivi il buio e la pietosa incoscienza.

Fortunatamente, tutto questo è rimasto solo il frutto di quei pochi attimi in cui la mia fantasia ha vagato per prepararmi al peggio, riducendomi alla fatalità e cercando di rendermi capace di subirla. Mi è andata, infatti, decisamente meglio. La fila di cinghiali mi è sbucata effettivamente da sopra il muro, sono entrati in mezzo alla strada come una scolaresca ordinata, e mi sono accorto appena in tempo per iniziare a frenare inchiodando. Solo che, forse perché i riflessi di un cucciolotto di cinghiale sono migliori dei miei, uno deve essersi sbrigato un pò di più mentre il fratello che lo seguiva deve essersi fermato, perché quando mi ero ormai preparato al peggio, come raccontato, sono passato nel mezzo, riuscendo addirittura a sentire distintamente il grugnito di protesta del cinghialino.

Proseguo la mia corsa, respirando con forza, ancora senza riuscire a realizzare appieno cosa mi sia successo, né che fortuna posso aver avuto, appena consapevole della tremarella che mi sta per prendere le gambe. Non so quanti jolly  ho nel mio mazzo, ma oggi me ne sono giocato uno. Sono cose come questa, paure improvvise e pericoli scampati all’ultimo secondo che fanno pensare che, vada come vada, questa sarà una bellissima giornata!

 

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