La moto, la vita e il viaggio come metafora esistenziale

di Pier Peio

Una sera come tante in questo quasi di inizio estate ceno presto. Tracanno un caffè al volo e mi fiondo in moto nel tramonto. Un paesaggio multicolore all’orizzonte: il bianco delle alpi ancora innevate contrasta con il rosso del sole all’imbrunire, con le mille sfumature di verde dei prati e dei boschi collinari ma soprattutto con le dense nubi nere alle mie spalle, cariche di fulmini e pioggia.

Non me ne preoccupo più di tanto, di solito il mal tempo arriva da ovest, raramente da nord. Mi accompagna un giovane amico alle prime armi. Non sono un pilota né tanto meno un istruttore ma tal volta qualcuno mi chiede di insegnargli l’arte della conduzione del motociclo. Niente di trascendentale o particolarmente complicato, piccoli accorgimenti e malizie imparati in trentaquattro anni di moto spesso a spese dei miei gomiti e delle mie ginocchia o rubando il mestiere ai centauri più veterani.

Il vento muta improvvisamente e le nubi minacciose in un attimo sono sopra di noi. Tentiamo di aggirare il fronte temporalesco ma le nubi sono più veloci già solo per il fatto che viaggiano in linea retta e noi su strade meravigliosamente tortuose. Comincia a gocciolare, lasciamo le colline e puntiamo verso casa attraverso la strada a fondo valle più dritta, pianeggiante e in casi come questo indubbiamente più sicura. In collina, infatti, la pioggia trascina terra argillosa sull’asfalto spesso e volentieri in curva, dove si forma un sottile velo di fanghiglia dalla densità del sapone liquido e altrettanto scivolosa.

Dalle prime gocce si passa al diluvio universale. Pioggia battente, vento e infine grandine per cinque chilometri! Le auto sono ferme sotto ripari di fortuna quali balconi e tettoie e ci impediscono di ripararci a nostra volta. Si prosegue quindi ad oltranza ad andatura bassa e costante, con orgoglio!

Noi in moto andiamo avanti, voi automobilisti pavidi siete fermi! A noi non ci ferma niente e nessuno! Sicuramente i quattro autisti nel vederci penseranno che siamo dei pirla, perché siamo in due in moto sotto le intemperie. Se fossimo in ventidue a giocare a pallone in simili condizioni sarebbe normale! Mi viene il dubbio che la pirlaggine di un’azione venga diluito dal numero dei partecipanti fino quasi a legittimarla!

Tornando a noi, dicevamo, andatura lenta e costante, senza frenare o accelerare in modo da non scomporre l’assetto delle moto con repentine variazioni di carico o trazione. Raggiungiamo una frazione e troviamo riparo sotto la tettoia di un ufficio postale in disuso. Non ci resta che aspettare che il tutto finisca. Intanto zuppi come biscottini nel tè incominciamo a chiacchierare. Il mio giovane e arguto amico mi fa notare che la vita è come il cielo con attimi di sole radioso alternati a momenti bui dove sembra caderti addosso di tutto. Verissimo! Ma io aggiungo: “Per me la vita è come un viaggio in moto molti lo vorrebbero dritto e sicuro come un’autostrada, se noioso pazienza, molti accettano la noia confondendola con l’agiatezza. Io preferisco un misto medio veloce forse più rischioso e ricco di imprevisti di sali e scendi ma indubbiamente meno monotono e più gratificante anche se ricco di imprevisti.

La moto come metafora dell’esistenza a volte è fatta anche di rovinose cadute da cui ci si rialza magari ammaccati e doloranti, si sacramenta il giusto ma poi si riparte magari più guardinghi forse più dubbiosi ma con la consapevolezza di costruire sempre qualcosa imparando dai propri errori!”.

 


 

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