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Il calabrone (la Yamaha TDR 250)

 

In merito al pezzo sugli amici e la Guzzi, fra le risposte inviate nei “comments” ho visto quella di Dagasse, un amico e compagno di svago che mi conosce bene e mi ha ricordato la mia sana infedeltà alle moto che amo far transitare dal mio garage, menzionando l’episodio del TDR 250 Yamaha. Per questo, credo valga la pena ricordare di come ne venni in possesso, e le considerazioni che ne possano emergere, sempre considerando che scrivo non solo per ricordare fatti personali, ma che raccontando le mie esperienze io possa in qualche modo, con scanzonata umiltà, dare voce a tanti amanti delle due ruote a motore.

Kiddo

Il Calabrone

“L’unica cosa che ci resta è qualche ricordo. Se andrai a quella festa, neanche quelli ti rimarranno”, dice nel finale di “C’era una volta in America”, Elizabeth Mc Govern a Robert De Niro.
Questo per dire che spesso i sogni, ciò che ha sempre abitato la fantasia, sarebbe meglio rimanessero tale.
La moto dei sogni, per me, è sempre stata la Yamaha TDR 250. Bicilindrico due tempi, presentata nel 1987 al Motor Show di Tokio. Cerchio posteriore da 17″, anteriore da 18”. Motore del TZR 250, telaio derivato dall’Rd 350, sospensioni alte. Il primo esempio di supermotard di serie, anche se ancora non lo sapeva nessuno. Per noi, era “il Calabrone” , non solo per via del colore nero e giallo, ma soprattutto per il fastidioso ronzio che ne annunciava l’arrivo, nonché per la temibilità sui passi.
Benché sia diventato con gli anni un modello di culto per pochi estimatori del 2 tempi, almeno in Italia ne vendettero poche all’epoca, e conobbe un discreto successo in Francia e Germania. In realtà il TDR venne pensata per il mercato giapponese, dove ottenere una patente per cilindrate superiori ai 400 cc era particolarmente difficile; ciò portò allo sviluppo di plurifrazionate di piccola cilindrata, capaci di sviluppare potenze impressionanti, ai regimi di coppia.
Questo quello che mi ricordavo del TDR dopo averla sognata per almeno una ventina di anni, spulciando il web e in tempi più recenti youtube alla ricerca di filmati di fine anni ’80, dove si vedeva questo strano ibrido impegnato in prove su terra battuta e in gare esaltanti per spettacolarità e follia.

Ma anche prima di esserne venuto, in non più tenera età (per fortuna) in possesso per strade traversissime e dopo una serie di scambi, baratti, acquisti vendite e contrattazioni in una uggiosa mattinata di aprile quando incontro per la prima volta la più bella, la più geniale, rivoluzionaria, evocativa… insomma il mito su due ruote in assoluto. Il tipo la avvia non senza qualche difficoltà. Pensare di dare il gas con l’aria tirata per accendere una moto fa rabbrividire qualsiasi quattrotempista moderno. Scoprirò poi che la moto si accende, a freddo, con una mano. Basta dare il gas.
Sotto lo sguardo preoccupato del Giacca, l’amico che mi ha accompagnato in questa ennesima folle spedizione parto per un giro di prova (senza assicurazione, ma tanto faccio dieci metri). Messa la prima, d’istinto contraggo l’addome per contrastare la spinta, figurandomi di guidare una piccola belva (ma sarà sempre un duemmezzo…), e invece non succede nulla. Un ottantino sfiatato. Sto quasi per tornare indietro per batterla nella schiena al proprietario (cosa non facile, peraltro, perché l’oggetto stazza più di 160 kg), quando ho la pensata: “hei, ma questo è un 2T, dovrà entrare la coppia…” scalo, la faccio ronzare, sempre più forte, quando di colpo il suono diventa un urlo agghiacciante, e mi aggrappo al manubrio mentre la moto schizza in avanti. Entusiasta e contro ogni correttezza mi infilo sulla provinciale dove snocciolo tre  o quattro marce, facendo scorrere la moto e ridendo come un cretino dentro il casco. Che figata!! Che spettacolo!!
La riporto dal padrone, credo a questo punto un po’ preoccupato, e dico al Giacca che mi riserva occhiatacce di disapprovazione: “non hai idea…”; e ricomincio a ridere. Lui scuote la testa.
Dopo qualche giorno la moto è nel mio garage, pronta ad essere coccolata, “apgreidata” di infiniti pezzi trovati a giro per il mondo. Su strada è agilissima, nonostante dia spesso l’impressione di cadere per via della sezione strettissima dei pneumatici e del baricentro alto. Anche per questo, farla entrare in coppia a centro curva può dare vita a freddi brividi di terrore, così come è sconsigliabile dare la manciata in prima, perché si rischia seriamente il ribaltamento. Ma soprattutto, superato il primo entusiasmo, si apprezza il due tempi perché da guidare è difficile. Forse per via di una carburazione dalla non monumentale regolarità, non sempre si riesce a calibrare il sospirato momento dell’ingresso in coppia, e si deve calcolare la velocità che dovremo tenere per non perdere il giusto regime di giri per percorre quella determinata curva, oppure valutare se siamo in discesa o salita, che ovviamente la moto patisce. Far aprire troppo tardi la valvola YPVS significa non scorrere, farla aprire troppo presto vuol dire (orrore!!!) ricorrere ai freni e allora la moto, letteralmente, si ferma. O almeno la sensazione è quella. Si impara tantissimo a far scorrere, a lasciare la moto in coppia per evitare di vederla raddrizzare, dover scalare, trovare la coppia della marcia inferiore col motore che strilla e te che ti senti un incapace. Tutto per colpa di decenni di diseducazione dati da bombardoni 4 tempi, che basta dare il gas per uscire da una curva. E quando è stata l’ultima volta che mi sono preoccupato se stavo facendo una salita oppure una discesa?
Toccare finalmente con mano la moto che ho sognato di possedere da oltre vent’anni mi ha fatto fare i conti con una drammatica verità, ossia che alla fine la vedo piccola, vibra, fa fumo e diciamola tutta: alla fine non mi riesce considerarla più che… un motorino! Divertente, propedeutico, bellissimo, ma comunque una roba di quelle che guidavo a sedici anni.  Tutto ciò al di là della mai trascurabile domanda “e ora, che cavolo me ne faccio?”
La mia TDR 250 non ha mai partecipato ad una di quelle esaltanti gare di cui si scovano immagini a giro per il web, e sulle quali la mia fantasia ha lavorato così intensamente per tutti questi anni, ma di sicuro un record lo ha battuto: quello negativo di permanenza nel mio box: neanche un paio di mesi! Venti ore dopo aver messo l’annuncio era già in partenza per la Puglia.
Alla luce di questa esperienza confesso che se potessi tornare indietro, la TDR l’avrei lasciata là dov’era; in quel luogo dove i sogni rimangono tali: perfetti e carichi di tutte le emozioni che si possono solo immaginare. Ovviamente, ho altre “moto dei sogni”… a proposito, vi ho mai parlato della Gilera Nordwest?

 

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