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Come ottenere il pass paddock per un Gran Premio

Il sogno di ogni appassionato è di vivere una gara direttamente da dietro le quinte. Alla vigilia del primo Gran Premio della stagione, il nostro “Franz” ci rivela le sue esperienze per ottenere un pass paddock del motomondiale.

Gli Abbey Road Studios a Londra, l’incrocio tra la E-Street e la 10th Avenue a Belmar nel New Jersey, la tomba di Jim Morrison al Père Lachaise di Parigi, così come per ogni appassionato di musica ci sono dei luoghi cult da visitare, così per il motoviaggiatore ci sono delle strade o delle manifestazioni o delle mete che rappresentano il desiderio da esaudire almeno una volta nella vita: Capo Nord, il Tourist Trophy, l’Elefantentreffen. Ma per l’appassionato di corse il sogno è seguire un gran premio dagli spalti di un particolare circuito (decisamente evocativi  Assen o Laguna Seca), ma soprattutto di vivere la gara da dentro avendo il pass paddock.

A  giudicare dalla quantità di infiltrati che pascola tra box e motorhome durante i gran premi di Misano o del Mugello non si direbbe così difficile nemmeno oggi, ma c’era un tempo in cui l’organizzatore del motomondiale aveva maglie decisamente più larghe di adesso, e ottenere un pass di accesso alle più invalicabili aree di un circuito era cosa relativamente semplice. Almeno con un po’ di italica fantasia.

Correva l’anno 1987, dopo aver costeggiato i fiordi norvegesi fino al mitico Nordkapp, presi la via del ritorno scendendo da Finlandia e Svezia.  Era un sabato, lungo la strada per Goteborg l’inusuale presenza di tanti motociclisti mi fece realizzare di essere vicino ad Anderstorp nei giorni del gran premio di Svezia. Wayne Gardner era lanciato verso il titolo, Randy Mamola a inseguire, ma soprattutto era la gara dell’attesissimo rientro di Freddie Spencer dopo il misterioso stop dell’anno precedente. Non ci pensai due volte, stravolsi la tabella di marcia e puntai deciso verso il circuito.

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Freddie Spencer al rientro dopo il misterioso stop dell’anno precedente

 

Mentre stavo girovagando nel parcheggio guardandomi intorno in cerca di biglietterie e ingressi, da lontano vidi una macchina guidata da un volto famoso, parecchio famoso, il più famoso di tutti: Giacomo Agostini. “Fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione” (cit. Amici Miei): col casco ancora appeso al braccio e i guanti che volavano via, rimisi in moto e mi lanciai all’inseguimento che manco il Phil Read dei tempi d’oro, lo raggiunsi appena prima che sparisse dietro il cancello d’ingresso, e sfoderando la mia migliore faccia di sòla gli chiesi, papale papale senza tanti preamboli, un pass. La cosa incredibile fu che Agostini – ripeto: Giacomo Agostini! – dopo dieci minuti tornò, mi mise un pass al collo, e mi accompagnò fin dentro i box Yamaha Marlboro. Presente Pinocchio nel Paese dei Balocchi? Ecco!

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Il pass paddock del Gran Premio di Svezia, 1987

 

Qualche anno dopo mi trovai a girovagare nella terra di Robin Hood, vicino Nottingham. E vicino anche a  Donington Park. Deciso a ritentare l’impresa stazionai per un po’ di fronte ai cancelli, solo che non si vedeva nessuno di utile alla causa. Allora mi feci dare carta e penna dagli addetti all’ingresso, scrissi due righe un po’ ruffiane, e chiesi loro di recapitarle al Team Aprilia. Il solo aver nominato l’amico comune ed ex team manager Michele Verrini convinse Loris Reggiani (un caro saluto a entrambi) a uscire personalmente dal paddock per portarmi l’agognato pass.

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Loris Reggiani fuori dei cancelli di Donington

 

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Un incazzatissimo Kenny Roberts

Per la cronaca, la allora semisconosciuta wild card Carl Fogarty non portò sul podio la Cagiva solo perché finì la benzina all’ultima curva, Luca Cadalora vinse il suo primo gran premio in 500 soffiando la vittoria al suo caposquadra Rainey (esistono immagini televisive dove mi si vede sventolare il tricolore in mezzo alla pista), e io assistetti all’incazzatura del team manager Kenny Roberts da un metro di distanza.

 

 

Poi ci fu quella volta che inviai via fax ad Assen una richiesta di accredito con tanto di carta intestata di un quotidiano farlocco che mi inventai di sana pianta. Incredibilmente, con efficienza (e anche ingenuità) nordica, il pass mi arrivò direttamente a casa. Anche quella gara fu storica: Doohan in prova ebbe l’incidente in cui rischiò seriamente che gli venisse amputata una gamba, Schwantz e Lawson si sdraiarono dopo poche curve, e vinse Alex Criville, prima volta, di una lunga serie, per un pilota spagnolo.

Di quegli eventi conservo i pass paddock come reliquie, la mia vecchia tuta di pelle autografata dai più grandi dell’epoca, e ricordi da raccontare ai nipoti davanti al camino. Solo che non avendo né nipoti né camino le racconto qui.

 

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